Formare il cuore del pastore di S.E. Mons. Antonio Staglianò

22 dicembre 2025

Formare il cuore del pastore

La Teologia sapienziale come via alla fedeltà sacerdotale

nella Lettera Apostolica “Una fedeltà che genera futuro”

di +Antonio Staglianò

(Vescovo Presidente della Pontificia Accademia di Teologia)

 

La Lettera Apostolica di Papa Leone XIV, Una fedeltà che genera futuro, nel commemorare il sessantesimo anniversario dei Decreti Conciliari Optatam totius e Presbyterorum Ordinis, non si limita a una rievocazione storica. Propone piuttosto una rilettura dinamica e attuale della formazione e della missione presbiterale, calandola nelle sfide del nostro tempo. Il documento individua nella fedeltà – intesa come grazia accolta e conversione quotidiana – il nucleo generativo del ministero. Tale fedeltà, però, per non ridursi a sterile osservanza o a mero attivismo, ha bisogno di un fondamento solido e di una forma interiore precisa che soltanto una teologia sapienziale può offrire.

È questa la chiave per attuare il mandato di Optatam totius, che vedeva nella formazione teologica non un capitolo separato, ma l’anima di un’integrazione umana, spirituale e pastorale. Una formazione teologica di stampo sapienziale è, infatti, la condizione indispensabile perché la fedeltà del sacerdote si esplichi nelle sue dimensioni costitutive: la comunione (koinonia) con il Vescovo e il presbiterio, il servizio (diakonia) al Popolo di Dio, e la missione (martyria) nel mondo.

Il futuro del ministero presbiterale, e quindi della credibilità della Chiesa nel mondo, dipende dalla capacità di formare non semplici “operatori religiosi”, ma uomini sapienti. Uomini la cui intelligenza, nutrita di una teologia viva e incarnata, sappia guidare un cuore unito, una libertà generosa e un’obbedienza feconda. Sacerdoti per cui castità, povertà e obbedienza non siano pesi da sopportare, ma linguaggio eloquente di una carità pastorale che si fa servizio, comunione e annuncio gioioso. In questo, essi realizzeranno l’ideale di Presbyterorum Ordinis: essere nel Popolo di Dio come fratelli tra fratelli e sorelle, ma anche come guide che, con la forza di una vita integrata e donata, sanno “scoprire con senso di fede i carismi” di tutti (n. 20).

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La sfida è soprattutto per i seminari e per gli ambienti di formazione permanente: diventare laboratori di questa teologia sapienziale, dove lo studio sia preghiera, la preghiera sia servizio, e il servizio sia il luogo in cui la fede, operosa per la carità, si rende visibile al mondo. Solo così la “fedeltà” di cui parla Papa Leone XIV non sarà un guardare al passato, ma un generare, con speranza certa, il futuro di Dio per l’umanità. Mi pare doveroso sottolineare come questa Lettera Apostolica -Una fedeltà che genera futuro - non sia semplicemente un dialogo nel presente, ma un cammino sinodale attraverso il tempo, - l’attuazione felice di una sinodalità diacronica - dove il Concilio Vaticano II dialoga con i Pontificati che lo hanno seguito, in una continuità dinamica e feconda: la teologia sapienziale è il linguaggio che rende possibile questo dialogo generazionale.

Optatam totius gettò il seme: la formazione doveva essere integrale, unificando in una sintesi vitale l’umano, lo spirituale, l’intellettuale e il pastorale. Papa Giovanni Paolo II, in Pastores dabo vobis, ne coltivò la pianta, insistendo sulla formazione umana come base per una carità pastorale matura e sottolineando l’identità del prete come configurato a Cristo Capo e Pastore. Papa Benedetto XVI ne approfondì le radici, ricordando che al centro della vocazione c’è l’amore, un incontro personale che trasforma la vita e che esige un continuo “stare cuore a cuore” con il Signore. Papa Francesco, con Ad theologiam promovendam e il suo magistero sulla sinodalità, ha donato a questo sviluppo il suo frutto maturo e il suo orizzonte definitivo: una teologia che, perché sia veramente sapienziale, deve “sapere di carne e di popolo”. È l’invito finale a quella incarnazione che il Concilio auspicava. La fedeltà non è più concepibile come ripetizione, ma come generatività in uscita, come risposta creativa alle nuove povertà e solitudini dell’uomo contemporaneo.

La Lettera di Papa Leone XIV si colloca consapevolmente in questo solco. Essa non celebra documenti “di carta”, ma riconnette i fili di un unico tessuto magisteriale, mostrando come la fedeltà al Concilio passi proprio attraverso il suo costante “aggiornamento” (accommodata renovatio), reso possibile da una teologia che è sapienza pratica di vita. Si ricordi poi che Papa Leone è un agostiniano e, in Agostino d’Ippona, il cristianesimo è la vera Sophia-sapienza, come per tutto il primo millennio. Per non dire del piccolo testo di Lorenzo della Risurrezione – La pratica della presenza di Dio- “che più hanno segnato la mia vita spirituale e mi hanno formato su quale possa essere il cammino per conoscere e amare il Signore”. Allo specchio della Sapienza, questa Lettera Apostolica snoda significati profondi decisivi per il futuro della formazione sacerdotale.

 

1. La Sapienza: una conoscenza che unifica e trasforma

La Sapienza biblica non è un accumulo di nozioni, ma un dono dello Spirito che dona un “senso di Dio” (sensus Dei) e un “senso del popolo” (sensus fidei fidelium). È un’intelligenza amorosa della realtà, che unisce la contemplazione della verità all’amore per le persone. Ad Theologiam promovendam la descrive come un sapere “contestuale” e “incarnato”, che nasce dall’ascolto della Parola e del grido dell’umanità. Per il futuro presbitero, formarsi in questa prospettiva significa apprendere una disciplina dell’integrazione: la sua intelligenza della fede (teologia) deve imparare a dialogare con le sue emozioni, la sua volontà, la sua corporeità, e con la storia concreta della gente a cui sarà inviato.

Questa è la risposta più profonda alla crisi di identità e di solitudine evocata dal documento di Papa Leone XIV (nn. 10-12, 17). Un sacerdote la cui teologia è puramente astratta rischia di vivere una doppia vita: tra dottrina e pastorale, tra cuore e mente, tra sé e gli altri. La teologia sapienziale, invece, educa a una unità di vita, aiutandolo a vedere in ogni studio, in ogni preghiera, in ogni incontro pastorale, un unico movimento d’amore verso Dio e i fratelli. È la “memoria viva” della chiamata (n. 8) che diventa criterio di discernimento per ogni azione. In questo modo, la formazione non è solo propedeutica al ministero, ma ne diventa la matrice permanente, permettendo a quel “fuoco” dell’amore di Cristo di ardere e riscaldare, senza consumare in solitudine.

 

2. La Sapienza del cuore integrato

La castità sacerdotale è spesso la dimensione più fraintesa e, nella solitudine contemporanea, più ardua. Ridurla a un mero divieto sessuale o a una tecnica di autocontrollo ne tradisce il significato. Una teologia sapienziale la illumina come forma peculiare di carità relazionale, possibile solo per un cuore unificato dalla Grazia. La sapienza, infatti, insegna a integrare l’affettività, non a reprimerla. Uno studio teologico che “sa di carne e di popolo” guida il seminarista e il presbitero a conoscere, accogliere e orientare la propria capacità di amare, affinché diventi capacità di accoglienza paterna, fraterna e sponsale verso l’intera comunità. Il sacerdote sapiente non è un uomo “senza cuore”, ma un uomo il cui cuore, salvato e dilatato dalla carità di Cristo, è libero di amare in modo universale, senza possessività, senza strumentalizzazioni. La sua castità diventa così il segno credibile di una paternità spirituale che genera alla vita in Dio. Essa testimonia che l’amore più vero non è quello che trattiene, ma quello che dona e libera.

Come ricorda la Lettera Apostolica (n. 12), occorrono “persone in cui la dimensione umana e quella spirituale sono ben integrate e che perciò sono capaci di relazioni autentiche”. La teologia sapienziale fornisce gli strumenti per questa integrazione, studiando la Rivelazione non come un insieme di leggi, ma come la storia dell’amore fedele di Dio per il suo popolo, di cui il sacerdote è chiamato a essere sacramento vivente. La sua fedeltà affettiva diventa così annuncio della fedeltà di Dio.

 

3. La Sapienza del limite e della condivisione

Allo stesso modo, la povertà evangelica non è miseria o trascuratezza. Una formazione puramente intellettuale può, paradossalmente, generare una povertà “borghese”: fatta di dipendenza da strutture, sicurezza economica e un certo stile di vita clericale distante dal popolo. La teologia sapienziale, invece, forma alla povertà come libertà e come stile di comunione.

Essa educa a una lettura “incarnata” del Vangelo, che fa riconoscere nei poveri il volto stesso di Cristo (Mt 25). Questo studio non lascia indifferenti: genera una conversione dello sguardo e dello stile di vita. Il sacerdote formato nella sapienza impara a discernere l’uso dei beni (dalla gestione parrocchiale al proprio stipendio) alla luce della giustizia, della condivisione e della custodia del creato (cfr. Laudato Si’). La sua povertà diventa segno di fiducia nella Provvidenza e strumento di credibilità evangelica.

La Lettera Apostolica di Papa Leone XIV (n. 16) tocca il delicato tema della “perequazione economica” e della cura per i confratelli anziani o malati. Una teologia sapienziale fornisce il fondamento per queste scelte, che sono anzitutto scelte di comunione (koinonia). Non si tratta di semplice amministrazione, ma di vivere l’interdipendenza e la corresponsabilità come espressione della carità di Cristo. Il presbitero povero è, in questo senso, colui che sa di non bastare a sé stesso, che si fa prossimo nella condivisione e che, libero dalle catene del possesso, può essere veramente “di tutti”.

 

4. La Sapienza del discepolato e della comunione

Infine, l’obbedienza sacerdotale rischia di essere percepita come adesione passiva a un’autorità esterna. La teologia sapienziale la rivela invece come virtù relazionale e intellettuale al tempo stesso, frutto di un ascolto maturo e discernente.

Questa teologia, infatti, è per sua natura dialogica e sinodale. Insegna a pensare in Ecclesia, ad ascoltare la Tradizione, il Magistero, i fedeli laici, i segni dei tempi. Il sacerdote così formato non obbedisce “a un superiore”, ma al bene della comunione ecclesiale, di cui il Vescovo è il visibile garante e artefice. La sua è un’obbedienza intelligente e creativa, come quella richiesta dalla sinodalità (nn. 20-22).

La Lettera Apostolica sottolinea il legame con il Vescovo e la fraternità presbiterale (nn. 14-19). La teologia sapienziale nutre questo legame, perché abitua a vedere nel presbiterio non una somma di individui, ma un “corpo” con diversi carismi, uniti dall’unico Spirito per l’unica missione. L’obbedienza diventa allora capacità di lavoro corale, di discernimento comunitario, di leale condivisione delle fatiche e delle gioie. È l’antidoto all’individualismo clericale e il fondamento di una missione che è sempre “insieme”. Il sacerdote obbediente è, in definitiva, il discepolo che ha imparato ad ascoltare e a fidarsi, e per questo può essere guida credibile per altri.

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La Lettera Apostolica Una fedeltà che genera futuro ci consegna, in definitiva, una visione del ministero sacerdotale che è al tempo stesso radicata nella Tradizione conciliare e audacemente proiettata verso le frontiere del nostro tempo. Essa non si accontenta di celebrare un anniversario, ma interpella la Chiesa a una rinnovata responsabilità formativa, indicando nella teologia sapienziale la via maestra.

Come il documento ricorda, la fedeltà non è statica, ma un “cammino di conversione quotidiana che conferma e fa maturare la vocazione ricevuta” (n. 8). Questo cammino si snoda lungo tre coordinate inseparabili, che la teologia sapienziale aiuta a percorrere con intelligenza del cuore. Anzitutto una fedeltà sinodale e fraterna: il sacerdozio non si comprende nella solitudine, ma nella “comunione sacramentale” del presbiterio unito al suo Vescovo (n. 14) e nel “reciproco arricchimento” con gli altri ministri ordinati e tutto il Popolo di Dio (n. 22). La sapienza, insegnando a pensare in Ecclesia, forma sacerdoti capaci di questa obbedienza-comunione, superando ogni individualismo clericale. Poi, una fedeltà generativa e in uscita: il ministero è per sua natura missionario: “esci da te stesso… e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato” (n. 23, citando Francesco). La teologia che “sa di carne e di popolo” spinge il presbitero a questa uscita, non come attivismo frenetico, ma come espressione di una carità pastorale che si fa prossimità, soprattutto verso i più fragili e i lontani. Infine una fedeltà sponsale e integrale: il sacerdote è configurato a Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La sua castità, povertà e obbedienza, quando vissute non come privazione ma come pienezza di relazione, diventano il linguaggio credibile di questo amore totale. La formazione sapienziale, integrando dimensione umana e spirituale (n. 12), è l’unica in grado di forgiare questa unità di vita, dove il dono di sé diventa gioia e attrazione.

La sfida lanciata da Papa Leone XIV, dunque, è chiara: investire in una formazione che sia, dall’inizio alla fine, un’iniziazione alla Sapienza. Solo preti “sapienti” potranno essere veri padri, fratelli e sposi per il loro popolo; solo un presbiterio “sapiente” potrà essere segno credibile di comunione in un mondo frammentato; solo una Chiesa “sapiente” nell’arte di formare i suoi ministri potrà generare futuro, affidandosi non alle proprie forze, ma al Fuoco d’Amore che Cristo stesso è venuto a portare sulla terra.

In questo orizzonte, la celebrazione del Concilio si compie: non in un ritorno al passato, ma in una fedeltà creatrice che, nutrendosi della linfa viva della Tradizione e della Sapienza dello Spirito, continua a generare, con stupore e gratitudine, operai evangelici per la messe del Signore.