La vita e la missione dei presbiteri in una Chiesa sinodale-missionaria
Relazione del Cardinale Lazzaro You in occasione del 20º Incontro Nazionale dei Presbiteri del Brasile (Aparecida, SP)
Fratelli carissimi,
vengo da un Paese lontano, la Corea – “dalla fine del mondo”, avrebbe detto Papa Francesco. Sono qui con voi con un cuore e orecchi aperti, per ascoltare, imparare e fare un pezzo di strada insieme.
Sono sempre stato in qualche modo affascinato dal Brasile e dalla Chiesa in Brasile. Il mio primo contatto col vostro popolo è stato durante i miei studi a Roma. Notavo nei presbíteri e seminaristi brasiliani un dinamismo speciale, un modo di affrontare la vita con creatività e di guardare sempre avanti, con ottimismo. E questo mi ha molto colpito.
Un’altra cosa che mi ha fatto impressione, già allora, è stato il cammino del CELAM. Vedevo che la Chiesa in America Latina ha un modo profetico di mettere in pratica il Concilio Vaticano II. Sentivo parlare delle Conferenze generali dell’Episcopato del Continente: a Medellin, con l’opzione preferenziale per i poveri; a Puebla con l’accento posto sulla partecipazione; a Santo Domingocon l’attenzione rivolta alla nuova evangelizzazione.
Ho trovato molto interessanti anche gli sviluppi più recenti: la Conferenza tenuta proprio qui ad Aparecida nel 2007, che invitava tutti i battezzati ad essere discepoli missionari. E poi, siete stati i primi a svolgere un’Assemblea ecclesiale continentale, nel 2021 in Messico.
Sono contento di avere l’occasione di scoprire più profondamentetutto questo; anzi, di contemplarlo in voi che portate i doni e le ansie, le esperienze e le sfide delle vostre Chiese particolari.
Per introdurci al tema
Mi avete chiesto di parlarvi su la vita e la missione del presbitero in una Chiesa sinodale-missionaria.
È un tema che mi sta molto a cuore. Come Dicastero, noi siamo al servizio dei presbiteri, del loro ministero e del loro benessere; anzi della loro felicità, come mi ha raccomandato proprio un Vescovo del Brasile, quando sono stato nominato Prefetto del Dicastero: «Ora tu sei responsabile che tutti i presbíteri del mondo siano felici!». Non l’ho più potuto dimenticare.
Siamo al servizio. Per questo dico sempre – e lo penso in tutta verità – che tutti i presbíteri e tutti i seminaristi – tutti voi – siete miei superiori.
In una Chiesa sinodale e missionaria. Questo è ciò che lo Spirito chiede oggi alle Chiese, in piena continuità con il Concilio Vaticano II. Ed è ciò che tutti noi dobbiamo imparare sempre più: come svolgere il nostro ministero, con la sua specifica identità, in una Chiesa che è comunione, partecipazione e missione.
Entriamo allora nel tema che mi avete proposto.
È da molto tempo che mi rendo conto che, interrogandoci sulla vita e sul ministero dei presbíteri, dobbiamo allargare lo sguardo a una triplice domanda: Quale Chiesa? quale presbitero? quale formazione?
Cercherò di offrirvi alcuni spunti su queste tre domande. Parto dal Concilio Vaticano II e dal recente Sinodo sulla sinodalità. E farò anche qualche cenno all’azione di Papa Leone e del nostro Dicastero. Poi entriamo in un dialogo che – spero – possa diventare un reciproco ricevere e donare.
1. Quale Chiesa?
Il Concilio Vaticano II ci ha offerto un duplice sguardo sulla Chiesa. Nel capitolo 1 della Lumen gentium parla della Chiesa come comunione che discende dalla Santissima Trinità. Nel capitolo 2 [della Lumen gentium] e nella Gaudium et Spes, la presenta come Popolo di Dio in cammino nella storia. Non si tratta di due dimensioni staccate tra loro, ma è proprio vivendo immerso nella storia, nella vita dell’umanità, che il Popolo di Dio rende presente la vita della Santissima Trinità e diventa segno e strumento, sacramento d’unità: dell’unione degli esseri umani con Dio e tra loro (cf. LG 1).
Il Documento finale del recente Sinodo sottolinea e amplifica questo, quando punta sulla Chiesa come luogo e come fonte di relazioni nuove, riconciliate, e invita tutti noi a una conversione relazionale.
Che cosa vuol dire “conversione relazionale”? E perché questa conversione relazionale? Risponde il Documento del Sinodo: perché la Chiesa diventi «più capace di camminare con ogni uomo e ogni donna irradiando la luce di Cristo» (DF 28), «più capace di nutrire le relazioni: con il Signore, tra uomini e donne, nelle famiglie, nelle comunità, tra tutti i Cristiani, tra gruppi sociali, tra le religioni, con la creazione» (DF 50).
All’interno di culture e società sempre più individualiste – afferma ancora il Documento del Sinodo –, il Popolo di Dio «si caratterizza come spazio in cui le relazioni possono fiorire, grazie all’amore reciproco che costituisce il comandamento nuovo lasciato da Gesù ai Suoi discepoli (cfr. Gv 13, 34-35)» e dà «testimonianza della forza di relazioni fondate nella Trinità» (DF 34).
Evidenziamone alcune conseguenze! Se questa è la chiamata e la grazia della Chiesa, occorre che le comunità cristiane superino ogni chiusura in sé stesse e siano invece inclusive e dialoganti a 360°. Non è pensabile, pertanto, una comunità che coltivi una pietà individualista o spiritualista e non entri nei vari ambiti della vita umana testimoniando e costruendo rapporti nuovi, riconciliati; ma non è neppure pensabile un attivismo sociale che non ha radici profonde nella vita trinitaria di Dio e nella sua Parola.
Avverto da molto tempo e sento profondamente questa necessità di una conversione relazionale che comincia da me stesso. Ricordo che il mio Vescovo, quando andavo da lui, mi chiedeva immancabilmente: «Cosa vuoi?» «Qual è il problema?». E aveva certamente i suoi motivi nel fare questo. Quando sono diventato io stesso vescovo diocesano, ho sentito di dover dare priorità airapporti. E quindi, quando arrivava un sacerdote, gli dicevo per prima cosa: «Vieni e prendiamo un caffé» oppure: «Facciamo il pranzo insieme». Facendo così, si creava un rapporto semplice e aperto e riuscivamo poi ad affrontare anche i problemi.
Cerco di tener viva questa conversione relazionale anche adesso, al Dicastero. Mi sforzo di arrivare al mattino alla stessa ora dei miei collaboratori, e così ho l’occasione di salutare molti di loro. Oppure vado a trovarli nei loro uffici.
Quando vengono da noi i Vescovi in visita ad limina, facciamo in modo che trovino innanzi tutto qualcosa da bere e un pezzo di pizza. Dovreste vedere quanto ne sono contenti e come questo crea subito un rapporto!
Ancora un’altra cosa: sin dall’inizio ho chiesto a tutti di chiamarmi “don Lazzaro”. Quando mi chiamano “Eminenza”, a volte rispondo con un sorriso: «Questo titolo è molto prezioso. L’ho lasciato a casa, perché nessuno me lo possa rubare».
Quale Chiesa quindi? Una Chiesa innanzi tutto che testimoni, nei suoi rapporti all’interno e verso tutti, l’amore senza secondi fini, una vita di donazione reciproca che ha la sua fonte e il suo modello nella vita della SS. Trinità. Dice il Documento finale del Sinodo: «la qualità evangelica dei rapporti comunitari è decisiva per la testimonianza che il Popolo di Dio è chiamato a dare nella storia. “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35)». E afferma quindi: «Dobbiamo di nuovo imparare dal Vangelo che la cura delle relazioni non è una strategia o lo strumento per una maggiore efficacia organizzativa, ma è il modo in cui Dio Padre si è rivelato in Gesù e nello Spirito» (DF 50).
Aggiungo una cosa, fondamentale: a edificare questa Chiesa sono tutti i battezzati, uomini e donne, e non solo in ambito ecclesiale, ma nel quotidiano, in tutti gli ambienti della vita: in famiglia, al lavoro, nel tempo libero…
Penso qui, ad esempio, a una coppia di sposati nella mia città, a Daejon in Corea. Sono proprietari di un panificio. Guidati dal Vangelo, l’hanno impostato non pensando al profitto ma alla solidarietà e alla condivisione: con i collaboratori, i clienti e i poveri. E hanno visto in questi anni un grandissimo sviluppo. Il loro panificio è diventato un punto di incontro dove si respira un’atmosfera di gratuità e di fraternità e i loro prodotti sono molto ricercati. Così, con la loro vita e la loro impresa, sono diventati una forte testimonianza del cristianesimo, in una società dove i cristiani sono una minoranza.
Cosa voglio dire con questo? In linea con il Concilio e con il Processo sinodale di questi anni, dovremo ripensare la vita della Chiesa e la sua missione sempre più in questa chiave: tutti i battezzati in prima fila, nei luoghi ordinari della vita. Afferma aquesto proposito il Documento finale del Sinodo: «Apparirà così più chiaramente che la Parrocchia non è centrata su sé stessa, ma orientata alla missione e chiamata a sostenere l’impegno di tante persone che in modi diversi vivono e testimoniano la loro fede nella professione e nell’attività sociale, culturale, politica» (n. 117).
È una conversione da fare, per noi preti, vero?
2. Quale presbitero?
Parliamo ora, in questa luce, della vita e della missione dei presbíteri. Mi rifarò in questa parte non solo al Concilio e al recente Sinodo, ma anche alla Lettera apostolica Una fiducia che genera futuro che Papa Leone nel dicembre scorso ha rivolto a tutto il Popolo di Dio per il 60° anniversario dei Decreti conciliari sul ministero e la vita dei presbiteri PresbyterorumOrdinis e sulla formazione sacerdotale Optatam totius.
Comincio dal Concilio. Il Vaticano II ci presenta il presbíterocome uomo dei rapporti.
Innanzi tutto, il rapporto con Dio, con Gesù, ovviamente. E questo non lo dobbiamo mai dare per scontato. Solo se siamo uomini di Dio possiamo servire adeguatamente il Popolo di Dio. Solo se la nostra vita è plasmata dalla Parola di Dio, possiamo essere veri Pastori.
Abbiamo bisogno sempre di nuovo di andare “in disparte” con Gesù (cf. Mc 6, 31), di avere ogni giorno tempi riservati unicamente a lui. Per me, questo tempo è innanzi tutto al mattino presto. Abito in Vaticano, nel Palazzo del Sant’Uffizio. Mi alzo ogni mattina alle 5.00, mi preparo ed esco di casa. Cammino attraverso i Giardini vaticani fino ad arrivare alla Grotta di Lourdes. Per strada dico il Rosario e medito. Penso a quello che mi attende durante quella giornata e mi metto in ascolto di Gesù: «Ma tu, cosa mi hai da dire? Come vedi tu questa cosa?». Tornano anche ricordi del giorno precedente. E anche di questi parlo con Gesù: «Secondo te, com’è andata questa cosa? Cosa hai voluto dirmi attraverso quell’incontro? Come avrei potuto fare meglio? A che cosa devo stare più attento?». Torno da questa passeggiata rinnovato, ricreato, non solo perché ho fatto una bella camminata e ho respirato la buona aria del mattino, ma perché sono stato con Gesù. E con lui tutta la vita si armonizza. Arrivato a casa dico la Messa con le Lodi.
Ma non basta pregare. Papa Leone, nella Lettera apostolica, parla ripetutamente di un «cammino di conversione quotidiano» (nn. 4, 7, 8 e 13). Bisogna che ci lasciamo costantemente rievangelizzare, confrontandoci con la Parola di Dio, con il Vangelo di Gesù: con il suo modo di pensare, di agire e di reagire; il suo modo di vedere le cose e di accostarsi alle persone; il suo modo di affrontare le difficoltà. Questo mi cambia il cuore, gli occhi, la mente.
Ricordo che, durante la mia formazione iniziale, avevamo un motto: un solo libro – il Vangelo; una sola legge – il comandamento nuovo; un solo Maestro – Gesù. Questo motto mi accompagna fino ad oggi. E mi libera da tanti condizionamenti.
Torniamo al Concilio: il presbítero come uomo dei rapporti. Nel Decreto Presbyterorum Ordinis il Vaticano II ci presenta il presbitero nella Chiesa comunione con tre coordinate fondamentali: il rapporto con il Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici (cf. PO 7-9).
Tra il vescovo e i presbiteri c’è senz’altro un rapporto di paternità; e così fra i presbiteri e i fedeli laici. Attraverso di loro, Dio stesso si manifesta come Padre che nutre i suoi figli, li indirizza, li custodisce nell’unità. Attraverso di loro Cristo guida il suo Popolo, lo sostiene, lo illumina. Ma questa relazione di paternità non annulla la fraternità e la fondamentale uguaglianza di tutti i battezzati, e quindi il protagonismo di tutti nella vita della Chiesa e nella sua missione.
«I vescovi considerino dunque i presbiteri come fratelli e amici», raccomanda Presbyterorum Ordinis e prosegue: «Siano pronti ad ascoltarne il parere, anzi, siano loro stessi a consultarlo e a esaminare assieme i problemi riguardanti le necessità del lavoro pastorale e il bene della diocesi» (n. 7). E dei presbíteri dice: «In mezzo a tutti coloro che sono stati rigenerati con le acque del battesimo, i presbiteri sono fratelli, membra dello stesso e unico corpo di Cristo, la cui edificazione è compito di tutti. Perciò i presbiteri […] uniscano i loro sforzi a quelli dei fedeli laici, comportandosi in mezzo a loro come il Maestro il quale fra gli uomini “non venne ad essere servito, ma a servire e a dar la propria vita per la redenzione della moltitudine” (Mt 20, 28)» (n. 9).
È un fatto magnifico che in America Latina è molto sviluppato il protagonismo dei laici nella pastorale e nell’evangelizzazione. Ma come fare perché al centro di tutto sia la presenza viva di Gesù? Da parte di noi preti e Vescovi, che in genere siamo tanto consci del nostro ruolo di guida e di paternità come pastori, questorichiede la capacità di “decentrarci” per far venire in rilievo i carismi e i doni di tutti e l’unico Maestro in mezzo a tutti.
Scrive Papa Leone nella già citata Lettera apostolica: «occorre che il ministero del presbitero superi il modello di unaleadership esclusiva, che determina l’accentramento della vita pastorale e il carico di tutte le responsabilità affidate a lui solo, tendendo verso una conduzione sempre più collegiale, nella cooperazione tra i presbiteri, i diaconi e tutto il Popolo di Dio, in quel vicendevole arricchimento che è frutto della varietà dei carismi suscitati dallo Spirito Santo» (n. 22). In questo – mi pare – abbiamo ancora tanta strada da fare.
Ricordo un presbítero italiano fidei donum nella Città di Guatemala. Dopo anni in cui aveva lavorato in seminario, il vescovo gli ha affidato la cura pastorale di una parte della città, non configurata ancora come parrocchia: 40.000 abitanti. Ha iniziato a dire la Messa domenicale sotto una tettoia. A poco a poco sono nate 40 piccole comunità cristiane, poi si è costruita anche la chiesa parrocchiale. È nata una comunità viva: gli adulti si prendono cura della formazione dei bambini e giovani; la celebrazione della liturgia è molto partecipata; sono nate anche varie opere parrocchiali. Quando si chiede a quel presbítero: «Ma come fai a portare avanti tutto questo?», egli risponde: «Fanno tutto loro». Ed è proprio così, perché egli non ha cercatosemplicemente “aiutanti” ma ha saputo generare laici maturi che, guidati dal Vangelo, esercitano una vera corresponsabilità.
Sarebbe da dire qui una parola sugli organismi di partecipazionee, prima ancora, sul discernimento ecclesiale condiviso e sulla corresponsabilità differenziata, come anche sul rendiconto e la trasparenza – tutti aspetti della Chiesa sinodale missionaria che toccano il rapporto fra i presbiteri e i fedeli laici e che richiedono specifiche competenze da acquisire –, ma non lo possiamo fare in quest’occasione. Rinvio per questo alla Parte III del Documento finale del Sinodo dedicata alla conversione dei processi.
Ma di una cosa dobbiamo ancora parlare: del rapporto fra i presbíteri. Come Papa Leone ha osservato nella Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, il Concilio Vaticano II ha parlato dei presbíteri quasi esclusivamente al plurale: i presbíteri; e non: ilpresbitero. Negli ultimi decenni è invalso, invece, l’uso di parlare del presbitero al singolare, col rischio di staccare così i presbíteridal loro indispensabile contesto comunitario.
Non sottolineeremo mai abbastanza la necessità che ci sia una reale fraternità fra i presbíteri. Me ne ha parlato recentemente con tanta sincerità un presbítero 50enne. A un certo punto si era innamorato di una donna e per tre anni non riusciva a liberarsi daquesto sentimento. Ha cercato aiuto esperto, ma ciò non bastava. «Come avrei fatto – mi ha detto – se non avessi avuto vicino a me altri presbíteri con cui viviamo un profondo rapporto di fraternitàe ci possiamo parlare apertamente?!».
Conosciamo tutti il n. 8 del Decreto Presbyterorum Ordinis che parla in termini molto concreti della comunione presbiterale, incoraggiando varie forme di vita comune: dalla coabitazione alla mensa comune o – almeno – frequenti incontri. Purtroppo, la realtà è un’altra: quasi sempre i presbíteri si trovano a vivere e a operare da soli, e questo spesso già dai primi anni di ministero. Hanno scelto – speriamo – la vita nel celibato pensando di poter rivivere così l’esperienza degli apostoli con Gesù e tra loro, ma in realtà si trovano soli. Vivono per gli altri, si donano alla gente, ma quando tornano a casa alla sera tardi, non c’è nessuno. C’è solo la TV, il computer, il cellulare. E viene da dire: «Io mi spendo per gli altri, corro dal mattino alla sera, ma chi pensa a me? Io non ho nessuno». In questa situazione è facile cercare dei sostitutivi. Ed è facile diventare individualisti, capaci di avere e dirigere tanti collaboratori, che dipendono da noi, ma poco capaci e disponibili a collaborare alla pari con gli altri presbíteri e coi laici. E possono verificarsi purtroppo anche fatti drammatici, come li avete sperimentati in questi anni.
«A priest needs a home – il sacerdote ha bisogno di una casa», ripeteva spesso il sacerdote che ha curato gran parte della mia formazione al ministero e al quale devo tantissimo. Ora, questa casa non dovrebbe essere un rifugio che troviamo da qualche parte – nella propria famiglia d’origine o in una cerchia di amici o altrove ancora –, ma dovrebbe essere il presbiterio. Per me questa è una questione prioritaria: noi abbiamo cura di tante persone, ma abbiamo cura gli uni degli altri? Quanto siamo prossimi a chi come presbítero passa un momento di incertezza, di fallimento, di dubbio, di notte? a chi incontra difficoltà nella pastorale ed è magari aggredito dalla gente? a chi ha una parrocchia povera e quasi non ha il necessario per vivere? E quanto siamo vicini anche al vescovo che ha spesso una vita più complessa della nostra. Se a noi come parroci arrivano gioie e dolori, al vescovo spesso arrivano soprattutto problemi.
Insomma, quanto facciamo perché i nostri confratelli e anche il vescovo possano star bene? Solo così la nostra vita risulterà attraente e potranno nascere anche nuove vocazioni! Solo se noi presbíteri camminiamo insieme, saremo capaci di generare comunità sinodali e missionarie. «Come, infatti, noi ministri potremmo essere costruttori di comunità vive, se non regnasse prima di tutto fra noi una effettiva e sincera fraternità?», ci ha detto Papa Leone in occasione del Giubileo dei sacerdoti.
4. Quale formazione?
Sentiamo oggi la necessità di una formazione integrale dei presbíteri, che prenda in rilievo tutte le dimensioni della persona e porti a un realistico confronto con la realtà odierna. Per questo –ha ribadito Papa Leone – occorre «un cammino di familiarità con il Signore che coinvolge l’intera persona, cuore, intelligenza, libertà, e la plasma a immagine del Buon Pastore». Ed è necessario concepire il Seminario in modo che sia «una scuola scuola degli affetti»: «abbiamo bisogno di imparare ad amare e di farlo come Gesù».
Occorre, inoltre, che la formazione si svolga a stretto contatto con tutto il Popolo di Dio, istaurando un fecondo scambio di doni tra le diverse vocazioni e i vari stati di vita in vista della comune missione. Afferma il Documento finale del Sinodo: «La formazione sinodale condivisa per tutti i Battezzati costituisce l’orizzonte entro cui comprendere e praticare la formazione specifica necessaria per i singoli ministeri e per le diverse forme di vita». Questa richiesta – osserva il Documento – «esige non di rado un impegnativo cambio di mentalità e una rinnovata impostazione degli ambienti e dei processi formativi» (n. 147).
È indicato con questo un importante indirizzo di cui si è occupatodurante gli ultimi due anni il Gruppo di studio n. 4 al quale Papa Francesco aveva affidato il compito di riflettere su La revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria. Nello scorso mese di febbraio questo Gruppo ha presentato il suo rapporto finale, composto da un preambolo ecclesiologico e dalla proposta di una serie di linee-guida, accompagnate da Buone Pratiche già in atto.
La formazione non si può però limitare al periodo iniziale in seminario, ma deve proseguire per tutta la vita. In tutti i campi si avverte oggi questa necessità di un lifelong learning, per stare al passo con una società in rapido cambiamento.
So – e sappiamo – che la formazione permanente, per vari motivi,non è sempre molto curata dai presbiteri e spesso non è molto gradita, perché sembra come un prolungamento della tappa del Seminario ormai conclusa. E invece è un cammino indispensabile, da fare insieme, un accompagnarsi l’un l’altro e farsi accompagnare anche da persone esperte.
Vi dico la verità: quando ho iniziato il mio servizio al Dicastero sono venuto a contatto con tante difficoltà che vivono i presbíteri; e sono rimasto scosso anche dalle tante dispense dagli obblighi dello stato clericale che mi trovo a firmare quotidianamente. Dico per ciascuno una preghiera, ma non basta! Costatavo quanto è urgente assicurare un adeguato accompagnamento dei presbíteri.
Abbiamo deciso perciò di convocare un Convegno sulla formazione permanente che si è svolto a Roma dal 6 al 10 febbraio 2024, con il titolo “Ravviva il dono di Dio che è in te” (2Tm 1,6) - La bellezza di essere discepoli oggi. Vi hanno partecipato 800 Vescovi, presbíteri, religiosi, consacrati e laici uomini e donne, incaricati di questo campo a livello nazionale e diocesano, in rappresentanza di 520 diocesi di 80 nazioni.
Ci stava a cuore che non rimanesse un evento isolato ma che avviasse un processo e un cammino condiviso al servizio dei presbíteri. Più che offrire risposte pronte e fatte volevamo coinvolgere i partecipanti in un’esperienza paradigmatica di formazione permanente.
Abbiamo perciò condotto innanzi tutto un sondaggio rivolto ai potenziali partecipanti. Sono pervenute circa 800 riposte che facevano capire meglio le sfide, le domande e le esigenze, ma anche percorsi e vie per accompagnare la vita dei presbíteri.
Alla luce di questo sondaggio abbiamo individuato cinque grandi tematiche e il metodo del Convegno che prevedeva per ogni argomento
- due brevi relazioni introduttive
- la comunicazione di tre buone pratiche ovvero di esperienze già in atto
- e, quindi, un lavoro di gruppo con la Conversazione nello Spirito che è risultato molto appassionante.
Quando alla fine abbiamo inviato ai partecipanti un questionarioper la valutazione, abbiamo capito quanto era stata importante questa impostazione sinodale e partecipativa, perché ci hanno detto: «Sono queste le cose di cui abbiamo bisogno» e «Così possiamo fare anche da noi». E di fatto in molti posti si sono fattiulteriori passi nella formazione permanente.
Abbiamo imparato da questo Convegno che la formazione permanente non consiste tanto in delle attività ma in un’esperienza integrale e vitale da fare insieme ai destinatari.
In conclusione
Permettetemi di concludere questa relazione con un’esperienza che, a mio avviso, mette in luce quello che è l’imprescindibile fondamento e il fulcro della vita e del ministero dei presbíteri, la roccia su cui basare la nostra esistenza. Il giorno della mia ordinazione mi sono svegliato con la strana impressione che in quel giorno sarei morto. Quando poi, durante la messa, ero prostrato sul pavimento, mi sentivo come il chicco di grano che cade in terra e muore: muore con Cristo per il bene dei fratelli. In quel giorno ho capito che essere sacerdote significa morire a sé stessi per vivere con Gesù per i fratelli e mi sono profondamente unito con Gesù crocifisso. Sì, in quel giorno ho sposato Gesù crocifisso e abbandonato. Sono passati più di 40 anni e posso dire due cose: primo, è questa unione con Gesù abbandonato in croce, è questo “sposalizio” con lui, che mi ha sempre tenuto in piedi; secondo, è questa unione con Gesù abbandonato che mi ha fatto sempre di nuovo passare dalla Croce alla Resurrezione, dai problemi alla speranza, dai contrasti alla carità, dal negativo e dal buio alla luce e al positivo.