Omelia del Cardinale Lazzaro You in occasione del 100° anniversario dell'Ordinariato Militare per l'italia.
Basilica di San Paolo Fuori le Mura - 6 marzo 2026
Carissimi fratelli e sorelle in Cristo, saluto con fraterno affetto e deferenza Sua Eccellenza Monsignor Gian Franco Saba, Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia, i cappellani militari qui presenti, i seminaristi dell’Ordinariato – segno consolante di speranza per la Chiesa e per le Forze Armate – e tutte le Autorità militari e civili convenute per questo significativo anniversario.
Celebriamo il centesimo anniversario della costituzione dell’Ordinariato Militare per l’Italia, (istituito il 6 marzo 1925). Un secolo di presenza ecclesiale inter arma, di carità vissuta sub arma, cent’anni nei quali la Chiesa ha camminato accanto agli uomini e alle donne in uniforme, come madre e maestra,
offrendo una vera e propria compagnia spirituale. Il tema che accompagna questa celebrazione – “Inter arma, caritas. L’assistenza spirituale tra memoria e profezia” – ci conduce al cuore del mistero cristiano. La carità di Cristo non arretra davanti ai conflitti della storia, non teme i luoghi segnati dalla fatica, dalla tensione, talvolta dalla violenza. Proprio lì, dove l’uomo sperimenta la propria fragilità sotto il peso delle decisioni gravi, la carità si manifesta come prossimità, ascolto e misericordia. La carità è il Vangelo vissuto.
Siamo riuniti nella Basilica di San Sebastiano, soldato e martire. La sua figura ci parla con particolare eloquenza: egli fu uomo delle istituzioni dell’Impero, ma soprattutto discepolo di Cristo; servì con lealtà, ma non smise di testimoniare la fede; fu trafitto dalle frecce, ma non fu vinto dall’odio. In lui contempliamo una mirabile unità tra vita, missione e fede.
La Parola di Dio di questo venerdì di Quaresima illumina ulteriormente il nostro cammino. Nel libro della Genesi, Giuseppe è vittima dell’invidia dei fratelli. L’invidia acceca, deforma lo sguardo, impedisce di riconoscere il bene. È un male sottile, che può insinuarsi anche nei nostri ambienti, nelle nostre comunità, persino nelle nostre fraternità sacerdotali.
Eppure Dio, nella sua misteriosa provvidenza, trasforma il male in bene. Giuseppe, venduto e umiliato, diviene strumento di salvezza. Così anche nella parabola evangelica dei vignaioli omicidi: il Figlio rifiutato e ucciso diventa pietra angolare. Il rifiuto non blocca il disegno di Dio; l’amore crocifisso diventa principio di vita nuova per tutti coloro che in esso confidano.
Carissimi cappellani militari, questa è la dinamica iscritta nel vostro delicato servizio, e che sostiene il vostro prezioso ministero. Voi siete chiamati a portare Cristo là dove la vita è esposta, dove le coscienze sono provate, dove le domande ultime si fanno più urgenti. Non portate voi stessi, non portate semplicemente parole di consolazione umana: siete chiamati a essere “teofori”, portatori di Dio e della sua salvezza. Nella mia vita ho compreso una verità molto semplice: essere cristiani significa vivere la Parola di Dio nella vita concreta. La fede non è prima di tutto un insieme di idee o un obbligo religioso, ma l’incontro vivo con Gesù che trasforma il cuore.
Questa consapevolezza è maturata in modo particolare durante il mio servizio militare in Corea, durato circa tre anni, quando già da seminarista fui inviato in una zona difficile vicino al confine con la Corea del Nord. In quel contesto non era possibile partecipare alla S. Messa domenicale e mi sono posto una domanda essenziale: che cosa significa davvero essere cristiani quando mancano le condizioni abituali della vita ecclesiale?
Ho capito allora che il primo modo per essere cristiani è vivere il Vangelo. Con il permesso dei superiori iniziammo a riunirci la domenica in un angolo del refettorio per ascoltare la Parola di Dio e pregare insieme. Eravamo in quattro; poi diventammo dieci, poi molti di più. Alla fine di quell’anno diversi commilitoni chiesero il Battesimo. In mezzo alla fatica del servizio militare ho sperimentato che la Parola di Dio è viva e capace di toccare i cuori anche nei luoghi più inattesi. Da questa esperienza ho imparato che il cristianesimo non è soltanto partecipare a un rito, ma lasciarsi raggiungere dalla Parola del Signore e viverla ogni giorno. Quando il Vangelo diventa vita – nei gesti di fraternità, nel servizio reciproco, nella condivisione delle fatiche – allora la fede diventa testimonianza e anche gli altri possono incontrare Cristo. Per questo amo riassumere il cammino cristiano con tre parole molto essenziali: un solo libro, il Vangelo; una sola legge, il comandamento dell’amore; un solo Maestro, Gesù. Cari militari, anche il vostro servizio può diventare un luogo privilegiato di incontro con il Signore. Se viviamo la Parola nelle piccole cose di ogni giorno, scopriremo che Cristo è vivo e sempre accanto a noi. E allora la nostra vita diventerà una testimonianza di speranza, di fede e di amore anche negli ambienti più difficili, perché omnia vincit amor. In questo senso, cari cappellani, il vostro ministero è profondamente vocazionale. La presenza del sacerdote tra i militari è un segno che Dio continua a chiamare, continua a cercare il cuore dell’uomo anche nei contesti più impegnativi.
La pastorale nell’Ordinariato non è soltanto assistenza sacramentale: è accompagnamento, discernimento, educazione alla libertà interiore. E permettetemi di dirlo con particolare affetto: la presenza dei seminaristi dell’Ordinariato ci ricorda che anche oggi il Signore chiama giovani a seguirlo nel sacerdozio ministeriale per servire la Chiesa in questo specifico ambito. La pastorale vocazionale non è un settore tra gli altri: è il respiro stesso della Chiesa. Dove c’è una comunità viva, dove il sacerdote vive con gioia la propria identità, dove si prega, lì nascono nuove vocazioni.
Per queste ragioni il centenario dell’Ordinariato è anche appello alla cura del presbiterio castrense: ogni ministero fecondo nasce da un presbiterio unito, sostenuto, accompagnato. La fraternità sacerdotale non è un elemento accessorio, ma condizione fondamentale per una vera testimonianza evangelica. Prendersi cura dei sacerdoti significa custodire la loro vita spirituale, promuovere momenti di comunione, ascolto reciproco e sostegno concreto; un ministero fecondo nasce da una fraternità sacerdotale viva, capace di sostenersi e camminare insieme.
Da un presbiterio unito poi scaturisce anche una vera convocazione del Popolo di Dio, perché il sacerdote è chiamato a radunare, non a disperdere; a generare comunione, non isolamento. Inoltre, il vostro ministero si svolge in particolari spazi di laicità, dove la Chiesa è presente con rispetto e chiarezza, senza confusione di ruoli e senza timore. In tali contesti, sono essenziali il dialogo interculturale e interreligioso, perché molti uomini e donne in uniforme appartengono a tradizioni diverse. Il cappellano è uomo di incontro, costruttore di ponti, testimone saldo della propria fede e al tempo stesso capace di ascolto rispettoso.
Diventa allora decisiva la formazione: quella permanente per il clero, come cammino continuo di conversione e maturazione spirituale; e quella specifica per gli allievi cappellani, chiamati ad acquisire competenze adeguate a un ministero specifico, capace di integrare preparazione teologica, equilibrio umano e conoscenza dell’ambiente militare. Non si tratta semplicemente di “adattare” il ministero ordinario, ma di preparare sacerdoti capaci di vivere con competenza e profondità una missione ecclesiale unica. Le trasformazioni culturali, le nuove sfide etiche, le situazioni internazionali complesse esigono presbiteri interiormente unificati, spiritualmente maturi, pastoralmente preparati.
La formazione permanente non è un aggiornamento funzionale, ma un cammino di conformazione continua a Cristo: è lasciarsi plasmare ogni giorno dalla Parola di Dio, dall’Eucaristia, dalla fraternità sacerdotale. Solo un sacerdote che si lascia formare può formare; solo chi si lascia evangelizzare può evangelizzare. Infine, desidero sottolineare l’importanza della sinodalità, che si esprime concretamente anche attraverso due progetti significativi dell’Ordinariato: il Centro di coordinamento pastorale e il Centro alti studi per l’assistenza spirituale.
Queste due realtà non sono semplici strutture organizzative, ma luoghi di comunione e di riflessione condivisa, dove si promuove il confronto tra cappellani, si elaborano percorsi comuni e si favorisce una pastorale organica. Esse rappresentano anche uno spazio privilegiato di dialogo con le istituzioni militari, in particolare con le Scuole e le Accademie, contribuendo a una collaborazione rispettosa e feconda tra Chiesa e Istituzioni dello Stato. In un contesto globale segnato da tensioni e conflitti, la vostra presenza è chiamata a essere profezia di pace. Inter arma, caritas: la vera forza non è nelle armi, ma nella carità; non nella potenza, ma nel dono. In questo tempo di Quaresima, il centenario diventa anche occasione di esame di coscienza ecclesiale. Come viviamo il nostro ministero? Quale spazio diamo alla preghiera e all’ascolto? Come accompagniamo i giovani nel discernimento? Come sosteniamo i confratelli nella fraternità presbiterale?
Cari fratelli sacerdoti, siate segno di unità, uomini di comunione, pastori secondo il cuore di Cristo. Custodite la gioia della vostra vocazione, alimentatela con la fedeltà quotidiana, trasmettetela con entusiasmo credibile.
Il Signore, per intercessione della Beata Vergine Maria e di San Sebastiano, benedica l’Ordinariato Militare per l’Italia e quanti servono il bene comune con generosità. Amen.