Messaggio del Cardinale Lazzaro You ai Sacerdoti del Paraguay
in occasione della Giornata Sacerdotale
Messaggio ai Sacerdoti del Paraguay
del Cardinale Lazzaro You Heung-sik
Prefetto del Dicastero per il Clero
in occasione della Giornata Nazionale del Clero 2026
«Identità del sacerdote e profilo del ministero nel contesto attuale»
Carissimi Fratelli Sacerdoti,
con profonda gioia mi rendo presente a questa Giornata Nazionale del Clero, promossa dal servizio di Pastorale Presbiterale della Conferenza Episcopale Paraguaiana nel quadro del triennio del Bene Comune 2026-2028. A tutti Voi, ai vostri Vescovi e alle vostre Comunità, giunga gradito il mio fraterno saluto nel Signore Gesù, il Buon Pastore.
È mio desiderio che ciascuno di voi senta oggi, in modo concreto, la vicinanza del Santo Padre Leone XIV e la sollecitudine del Dicastero per il Clero per la vostra vita e il vostro ministero.
Mi preme evidenziare quella che considero una felice coincidenza: l’8 dicembre 2025, Solennità dell’Immacolata Concezione, il Santo Padre firmava la Lettera Apostolica Una fedeltà che genera futuro[1], e quello stesso giorno i vostri Vescovi firmavano a Caacupé, ai piedi della Vergine, la Lettera pastorale sul Bene Comune, «Date loro voi stessi da mangiare»[2].
Due Lettere che, seppur in modi diversi, ricordano la stessa verità fondamentale: la fedeltà al sacerdozio e quindi il servizio al bene comune di un popolo sgorgano dalla stessa sorgente, il Cuore di Cristo, il Cuore del Buon Pastore.
Permettetemi quindi di percorrere con voi alcuni nuclei della Lettera Apostolica, pensando al tema che avete scelto per questa giornata.
1. L’identità: rappresentare Cristo e la Chiesa
Interrogarsi sull’identità del presbitero nel contesto sociale e culturale odierno, significa fare un movimento interiore di ritorno all’essenziale, alla fonte e all’origine che vivifica di senso il ministero sacerdotale. Non si tratta di una domanda astratta, realmente il contesto attuale ci interpella con forza. Tante sono le sfide, come la secolarizzazione che lambisce anche popoli di radicata fede cristiana e allontana la gente dalla fede, la crescita di nuove comunità evangeliche e pentecostali che interpella la qualità del nostro annuncio e della nostra vicinanza al popolo, la cultura digitale che ridisegna relazioni e linguaggi, tanti giovani che sembrano distanti dalla Chiesa eppure assetati di senso, le trasformazioni sociali che svuotano le campagne e dilatano le periferie delle città. Tutto questo non è una minaccia da cui difendersi, ma il terreno concreto in cui il Signore ci chiama oggi a essere pastori[3].
Essere sacerdoti significa vivere una vita offerta, donata; e questo Papa Leone nella citata Lettera Apostolica lo dice con chiarezza: l’identità dei presbiteri «si costituisce attorno al loro essere per ed è inseparabile dalla loro missione».[4] La missio del sacerdote non è mai qualcosa di privato o personale, ma è sempre inscindibilmente legata all’essere testimoni e annunciatori del Cristo dovunque e dappertutto. Infatti san Giovanni Paolo II, citato da Papa Leone XIV, ci ricorda che «i presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo, Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col Battesimo, la Penitenza e l’Eucaristia, ne esercitano l’amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che raccolgono nell’unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito»[5]. A tal proposito, la RFIS ricorda che ai sacerdoti viene richiesta una donazione totale di sé, per il servizio al Popolo di Dio, a immagine di Cristo Sposo verso la Chiesa, assumendo i sentimenti di Cristo e amando la comunità con distacco da sé, con fedeltà e tenerezza materne [6].
Occorre sottolinearlo con chiarezza per fuggire ogni riduzionismo ed ogni clericalismo: il sacerdote non è un funzionario del sacro né semplicemente un delegato e/o un rappresentante della comunità[7]. Il presbitero è un uomo configurato realmente a Cristo, preso fra gli uomini per rappresentare Cristo e la Chiesa davanti al popolo, e il popolo davanti a Dio.
Sempre nella RFIS viene ricordato che per «tutta la vita si è sempre “discepoli”, con l’anelito costante a “configurarsi” a Cristo, per esercitare il ministero pastorale»[8], che mai si configura come un privilegio, ma come un servizio. E nel momento in cui servire e donarsi divengono la quotidianità del sacerdote, per cui tutto ciò che fa è fatto per amore a Cristo e al suo popolo che è la Chiesa, allora, in quel frangente, ciascuno riscopre e trova la propria identità. Non nel potere, ma nella grazia di un amore totale e totalizzante. Già san Giovanni Crisostomo lo ricordava con parole insuperate: «il sacerdozio si compie sulla terra, ma appartiene all’ordine delle realtà celesti»[9].
2. Chiamati alla santità: una fedeltà che si fa storia
La fedeltà, insegna il Papa, è al tempo stesso grazia di Dio e cammino costante di conversione. La santità sacerdotale non è una fuga dal mondo, ma una fedeltà che si fa storia nei contesti sociali e pastorali concreti. Leone XIV indica due tentazioni che oggi minacciano questa fedeltà: una «mentalità efficientista secondo la quale il valore di ciascuno si misura in base al rendimento», e «una specie di quietismo: spaventati dal contesto, ci chiudiamo in noi stessi, rifiutando la sfida dell’evangelizzazione»[10].
Bisogna vigilare molto attentamente di fronte a queste tentazioni, specialmente nei nostri ambienti. Quante volte il nostro modo di parlare tradisce una mentalità per cui la bravura di un presbitero si misura dalla quantità di persone che frequentano la sua parrocchia. Quante volte, invece, spaventati dalla velocità del mondo, ci sentiamo sconfitti e tiriamo i remi in barca.
Efficientismo e quietismo sono due lati della stessa medaglia, sono le mentalità sbagliate di chi ha perso il gusto e la bellezza dell’evangelizzazione. A esse si aggiunge un’insidia forse più sottile: la mediocrità morale e spirituale, quell’accomodarsi in una vita tiepida che non scandalizza ma nemmeno testimonia. E vorrei dirlo con fraterna franchezza: il ministero non è una carriera, né una scala di incarichi e di onori da salire. Chi vive il sacerdozio come ascesa sociale ha già smarrito il volto di Colui che, essendo il Maestro, si è chinato a lavare i piedi dei suoi discepoli (cfr. Gv 13,14).
La via è un ministero gioioso e appassionato, che celebri e viva la liturgia con quell’amore e quella cura che sono già evangelizzazione. Ogni sacerdote, «educato dal mistero che celebra nella santa liturgia, deve «sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo»[11], assumendo «con ardore il compito di evangelizzare tutte le dimensioni della nostra società, in particolare la cultura, l’economia e la politica»[12].
Qui la Lettera Apostolica incontra la Lettera pastorale dei vostri Vescovi: il “Bene Comune” non è un’idea astratta, ma la scuola del mio quartiere che educa nella maniera giusta, l’ospedale o l’ambulatorio medico che prende a cuore la salute di tutti, il giudice che non cede alla corruzione. Nel vostro Paese il bene comune ha un volto molto concreto: tanti fratelli e sorelle vivono ancora nell’indigenza, la terra resta concentrata nelle mani di pochi mentre i contadini e le comunità indigene attendono giustizia, e le baraccopoli crescono ai margini delle città. So che la Chiesa che è in Paraguay non tace davanti a queste ferite e che tanti di voi, nei barrios come nelle campagne, suppliscono ogni giorno alle carenze dello Stato con scuole, mense e presidi sanitari.
Per questo, il sacerdote che cammina nell’orizzonte della santità non si fa uomo di partito, ma servitore del Vangelo: forma le coscienze alla Verità, si fa voce dei poveri, custodisce con trasparenza i beni della Chiesa e respinge con fermezza ogni forma di corruzione, cominciando da casa propria[13]. Non possiamo chiedere agli altri una coerenza se non siamo disposti a viverla noi per primi. Come afferma Papa Leone XIV nella sua recente Enciclica Magnifica Humanitas riferendosi alla Dottrina sociale della Chiesa, essa «non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa (…) sempre chiamata a verificare che i principi (…) siano vissuti anzitutto al suo interno»[14].
La stessa formazione permanente indica che il nostro cammino di fede e di apprendimento non ha mai fine. Non si tratta solo di acquisire nozioni su Cristo, ma di vivere un percorso continuo, guidati dallo Spirito Santo, per conformare progressivamente a Lui tutta la nostra vita. Questa evoluzione rappresenta uno stimolo costante alla maturazione personale e interiore. Per tali ragioni, noi sacerdoti dobbiamo custodire e ravvivare sempre lo slancio e l’energia della prima ora, sempre necessari per il ministero affidatoci, trovando l’ispirazione profonda e la guida di questo rinnovamento quotidiano nella carità pastorale[15]. La carità pastorale - l’amore del Buon Pastore - è il principio che unifica la vita del presbitero e gli consente di discernere, in ogni circostanza, ciò che appartiene veramente al suo ministero o ciò che è estraneo ad esso.
3. La preghiera: tornare ogni giorno al lago di Galilea
Nulla di tutto questo, però, si regge e può sussistere senza preghiera e senza la relazione personale con il Maestro. Mi piace molto l’immagine della Lettera: «È come se ogni giorno il sacerdote tornasse al lago di Galilea - là dove Gesù chiese a Pietro “mi ami?” (Gv 21,15) - per rinnovare il suo “sì”»[16]. Commentando quella scena, san Giovanni Crisostomo osserva che il Signore, interrogando Pietro, «non voleva dimostrare quanto Pietro lo amasse […] ma quanto egli stesso amasse la sua Chiesa. Volle che Pietro e tutti noi lo imparassimo, perché anche noi portassimo molta cura intorno a ciò»[17].
È Dio che ci ama per primi e nella relazione con Lui impariamo a vivere di questo amore, per cui quando la preghiera si spegne, l’identità si dissolve nella funzione e il ministero diventa attivismo o stanchezza. È vero che l’armonia tra contemplazione e azione spesso può essere difficile e complessa da raggiungere. Eppure, san Gregorio Magno la indica come la misura stessa del pastore: la guida delle anime «sia vicino a ciascuno con la compassione e sia, più di tutti, dedito alla contemplazione»[18]. Le nostre giornate sono intricate, complesse e articolate, per questo l’impegno della preghiera diventa una vera e propria sfida che nessuno si può esimere dall’affrontare. Questo non solo per una questione di fedeltà alle promesse del giorno dell’Ordinazione, ma anche e soprattutto perché rappresenta l’unica via per reggere, l’unica modalità per restare in piedi di fronte alle difficoltà e alle asperità della vita. È Cristo che ci tiene in piedi, è Gesù che ci dona la forza di annunciare il Suo Vangelo anche a chi non sa cosa farsene, è Lui che ci dona la grazia di perseverare e la capacità di edificare la Chiesa in un mondo che sembra non desiderare più la Sua presenza.
Vi chiedo, cari fratelli: non negoziate mai il tempo quotidiano dedicato al Signore: la Celebrazione Eucaristica, la preghiera della Liturgia delle Ore, la Lectio divina e la meditazione della Parola di Dio, l’Adorazione davanti al Tabernacolo, il Santo Rosario, la Confessione frequente, senza trascurare la celebrazione assidua della Riconciliazione e la continuità dell’accompagnamento spirituale. Da questa intimità con il Maestro sgorga tutto il resto[19].
4. La formazione permanente: non smettere mai di essere discepoli
Il Concilio, nel decreto Optatam totius, ha voluto che la formazione non si fermasse al Seminario, aprendo la strada a una formazione continua che sia «un dinamismo di costante rinnovamento umano, spirituale, intellettuale e pastorale»[20].
Papa Leone XIV, pienamente nel solco della riflessione degli ultimi decenni, ci ha tenuto a precisarne la natura: «Prima di essere sforzo intellettuale o aggiornamento pastorale, la formazione permanente rimane memoria viva e attualizzazione costante della propria vocazione in un cammino condiviso»[21]. Formarsi non è accumulare corsi o semplicemente vivere delle esperienze. La formazione più bella e importante è quella che Dio realizza nel nostro cuore, se siamo disponibili ad ascoltarLo. Formazione è tornare alla voce che un giorno ci ha chiamati e riscoprire la necessità di apprendere sempre di più la logica dell’amore cristiano[22].
Una formazione così intesa non può che essere integrale. In questa prospettiva, il Seminario - e, con esso, l’intera vita del presbitero - è chiamato a diventare «una scuola degli affetti», dove impariamo «ad amare e a farlo come Gesù»[23]. Soltanto presbiteri umanamente maturi e spiritualmente saldi possono abbracciare con credibilità il celibato e annunciare con gioia il Vangelo del Risorto.
Coltivate, inoltre, lo studio e l’approfondimento personale: un pastore che non smette di imparare è un discepolo che non smette di ascoltare. Del resto, nessuno si forma da solo, infatti la formazione è un cammino che si compie insieme, ed è proprio qui che essa sfocia naturalmente nella fraternità.
5. Fraternità e sinodalità: collaborare con i carismi del Popolo di Dio
La fraternità presbiterale è un dono inerente alla grazia dell’Ordinazione, che ci precede e ci impegna. La comunione spirituale e sacramentale tra i sacerdoti rappresenta la forma più alta e immediata di amore fraterno. Questo legame profondo richiede il sostegno dello Spirito Santo e un costante impegno interiore per superare ogni tentazione di egoismo[24]. Vi prego non dimenticatelo mai: nessun pastore esiste da solo! Per questo il Papa desidera che in tutte le Chiese locali si promuovano forme possibili di vita fraterna, affinché «i presbiteri trovino un aiuto reciproco nel coltivare la vita spirituale e intellettuale, possano meglio cooperare nel ministero e siano preservati dai pericoli che possono derivare dalla solitudine»[25]. La cura dei fratelli sacerdoti soli, malati o anziani non è meno importante della cura del popolo che ci è affidato[26].
L’identità presbiterale, infatti, si definisce attraverso tre relazioni: con il Vescovo (o il Superiore religioso), di cui siamo collaboratori; con i fratelli presbiteri, con i quali, in un certo senso, esercitiamo un unico ministero; e con i fedeli laici, che più che collaboratori sono chiamati ad essere corresponsabili della missione della Chiesa. Già il Concilio, infatti, aveva chiesto ai presbiteri di scoprire «con il senso della fede i multiformi carismi dei laici, tanto gli umili quanto i più elevati»[27].
È questo lo stile sinodale che il Santo Padre ha particolarmente a cuore. Non si tratta di moltiplicare le riunioni, democratizzare l’esperienza ecclesiale o, peggio, “clericalizzare” i laici, ma di promuovere una collaborazione reale con i doni che lo Spirito Santo effonde in tutto il popolo di Dio. In una Chiesa sinodale e missionaria, «il ministero sacerdotale non perde nulla della sua importanza e attualità, ma, al contrario, potrà concentrarsi maggiormente sui suoi compiti propri e specifici»[28]. Lasciarsi alle spalle il modello di una guida solitaria significa poter maturare uno stile di conduzione realmente condiviso.
I vostri Vescovi lo hanno espresso con parole luminose: la Chiesa «può e deve essere scuola di partecipazione: uno spazio dove fedeli e ministri imparano ad ascoltare, dialogare, decidere e servire»[29].
6. La cura delle vocazioni
«Non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!»[30]. Il Papa attende, a 60 anni dal Concilio, «una rinnovata Pentecoste vocazionale». Insieme alla preghiera incessante al Padrone della messe (cfr. Mt 9,37-38), ci è chiesto di verificare la capacità generativa delle nostre prassi pastorali e di avere il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti. In occasione del Giubileo della Speranza, Papa Leone, rivolgendosi ai Sacerdoti, ha ricordato che anche se il sacerdozio attraversa un momento difficile, la chiamata di Dio non si ferma. Per questo servono spazi per i giovani vivificati dal Vangelo, contesti che favoriscano proposte di scelte totalizzanti. L’entusiasmo dei giovani che rispondono oggi alla chiamata del Signore deve spingere tutti noi a rinnovare con gioia la nostra scelta di seguire Cristo[31].
Cari fratelli: la prima pastorale vocazionale è la testimonianza di un sacerdote felice[32]. Un giovane paraguaiano che vedrà il suo parroco pregare in profondità, amministrare i Sacramenti con gioia, annunciare la Parola con passione, vivere la fraternità con slancio e testimoniare la carità nel quotidiano, ascolterà più facilmente la voce del Maestro che non smette mai di chiamare alla vita bella del sacerdozio ministeriale.
Il Santo Padre ci invita a rimettere la cura della vita spirituale al centro dell’evangelizzazione e in particolare della pastorale vocazionale e giovanile. Per fare questo, il Papa fa appello a tutti i membri della Chiesa affinché ci adoperiamo con slancio per creare comunità accoglienti. Solo attraverso ambienti caratterizzati da una fede viva, dalla preghiera e dal sostegno reciproco, i giovani potranno percepire e accogliere la chiamata di Dio.
Concludo con le stesse parole con cui Papa Leone XIV sigilla la sua Lettera, prese dal Santo Curato d’Ars: «Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù. Un amore così forte da dissipare le nubi della routine, dello scoraggiamento e della solitudine; un amore totale che ci viene donato in pienezza nell’Eucaristia»[33]. Questa è la bellezza del nostro sacerdozio: non l’abbiamo meritata, l’abbiamo ricevuta; non ci appartiene, ci possiede. Custodirla, annunciarla e farla crescere è il compito di una fedeltà che genera il futuro che Dio vuole per noi.
Grazie, cari Fratelli Sacerdoti del Paraguay, per le vostre vite donate nelle parrocchie, nel Chaco e nelle periferie urbane, nelle cappelle di campagna e nei santuari, accanto ai malati, ai poveri e ai giovani. Affido ciascuno di voi, i vostri Vescovi e i vostri seminaristi alla Vergine di Caacupé, Tupasy Caacupé, e all’intercessione di San Rocco González de Santa Cruz e compagni martiri, e della Beata Maria Felicia di Gesù Sacramentato, Chiquitunga, che seppe fare della sua vita un’offerta gioiosa. Ottengano per voi la grazia di essere pastori santi, fedeli e felici.
Dal Vaticano, 15 Luglio 2026
Lazzaro Card. You Heung sik
Prefetto
[1]Leone XIV, Lett. Ap. Una fedeltà che genera futuro (8 dicembre 2025), 4.
[2]Conferenza Episcopale Paraguaiana, Lettera pastorale sul Bene Comune, «Date loro voi stessi da mangiare» (Mt 14,16), Caacupé, 8 dicembre 2025.
[3] Cfr. V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Documento conclusivo di Aparecida (29 giugno 2007), 191-195.
[4]Una fedeltà che genera futuro, 23.
[5]Giovanni Paolo II, Esort. Ap. post-sin. Pastores dabo vobis (25 marzo 1992), 15, in Una fedeltà che genera futuro, 23.
[6] Cfr. Congregazione per il Clero, Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis - Il dono della vocazione presbiterale (8 dicembre 2016), 39.
[7] «Tale consapevolezza - fondata sul legame ontologico con Cristo - allontana da concezioni “funzionalistiche” che hanno voluto considerare il sacerdote soltanto quale operatore sociale o gestore di riti sacri», Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri (11 febbraio 2013), 7.
[8] RFIS, 57 e ivi cfr. 80.
[9]Giovanni Crisostomo, De sacerdotio, III, 4 (SCh 272, 142).
[10]Una fedeltà che genera futuro, 24.
[11] Ivi, 25.
[12] Ivi, 24.
[13] «Il sacerdote, servitore della Chiesa, che per la sua universalità e cattolicità non può legarsi ad alcuna contingenza storica, starà al di sopra di qualsiasi parte politica», Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 44.
[14] Leone XIV, Lett. Enc. Magnifica Humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, (15 maggio 2026), 86.
[15] Cfr. RFIS, 80.
[16]Una fedeltà che genera futuro, 7.
[17]Giovanni Crisostomo, De sacerdotio, II, 1 (SCh 272, 102-104).
[18]Gregorio Magno, Regula pastoralis, II, 5 (SCh 381, 196).
[19] Cfr. Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 49-54 e 74.
[20] Cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Optatam totius, 22.
[21] Una fedeltà che genera futuro, 8.
[22] Sulla formazione permanente quale prosecuzione naturale dell’unico cammino discepolare cfr. Congregazione per il Clero, Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis - Il dono della vocazione presbiterale (8 dicembre 2016), 3 e 80-88.
[23]Una fedeltà che genera futuro, 12.
[24] Cfr. RFIS, 87-88.
[25]Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum ordinis, 8, in Una fedeltà che genera futuro, 17.
[26] Cfr. Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 36-40; Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, 87-88.
[27] Presbyterorum ordinis, 9.
[28]Una fedeltà che genera futuro, 22.
[29]Lettera pastorale sul Bene Comune, 8.2.
[30]Una fedeltà che genera futuro, 27-28.
[31] Cfr. Leone XIV, Discorso ai partecipanti all'Incontro Internazionale “Sacerdoti felici - «Vi ho chiamato amici»” (Gv 15,15), promosso dal Dicastero per il Clero in occasione del Giubileo dei Sacerdoti (26 giugno 2025).
[32] «Ogni sacerdote si occuperà con speciale dedizione alla pastorale vocazionale, non mancando di incentivare la preghiera per le vocazioni», Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 43; Cfr. anche Documento conclusivo di Aparecida, 314-315.
[33] Una fedeltà che genera futuro, 29.