Una mappa fondamentale
Intervista all’arcivescovo segretario del Dicastero per il Clero sul messaggio del Pontefice per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni
Nell’umanità di ogni tempo c’è «una fondamentale dinamica che non cambierà mai: la ricerca di pienezza e di senso. E il messaggio del Santo Padre credo vada proprio in questa direzione». È quanto sottolinea l’arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli, nominato lo scorso gennaio segretario del Dicastero per il Clero, commentando con i media vaticani il recente messaggio di Leone XIV per la LXIII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che si celebrerà il prossimo 26 aprile. Il testo pontificio, spiega il presule, «ribadisce la direzione fondamentale di ogni approccio», ovvero «fermarsi in preghiera, passare del tempo con Gesù, ascoltare e meditare la sua parola, lasciarsi affascinare dalla sua bellezza».
Eccellenza, siamo contenti di poterLa intervistare per la prima volta nella veste di Segretario del Dicastero per il Clero. Come vive questo nuovo ministero alla luce anche del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni?
Sicuramente con tanta emozione e con tanta trepidazione. Passare dalla “pastoralità diretta” del ministero episcopale nell’Arcidiocesi di Gorizia all’incarico di Segretario del Dicastero per il Clero è senza dubbio un grande onore per me, ma chiaramente è un onere e al tempo stesso una responsabilità importante che sento fortemente. E anche comporta la fatica di lasciare un rapporto con una precisa comunità, consapevole però di essere comunque a servizio in un modo diverso della Chiesa. Il Santo Padre ci offre costantemente indicazioni su cui impostare il nostro impegno come nel caso di questo bellissimo Messaggio, che può davvero fornire linee guida importanti circa il lavoro quotidiano che il Dicastero fa nel promuovere la cura e l’importanza della pastorale vocazionale nella vita della Chiesa. In questo senso, Papa Leone – in occasione del Giubileo dei Vescovi – aveva delineato il vescovo come uomo di vita teologale ponendo al centro del ministero la fede, la speranza e la carità pastorale. Ritengo che anche nella Curia Romana si possano e si debbano vivere come centrali queste dimensioni. In particolare, la carità pastorale si esprime nella cura che il Dicastero deve avere verso i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi di tutto il mondo offrendo ascolto, collaborazione e aiuto ai Vescovi nella loro particolare “paternità” verso il clero delle loro diocesi.
Proprio alla luce della sua esperienza di pastore, qual è la parte di questo Messaggio che sembra essere rivolta ai vescovi in maniera particolare?
Papa Leone non ha voluto diversificare i destinatari di questo Messaggio, è un testo rivolto a tutti che può essere utile a tutti, senza distinzioni di sorta. Chiaramente ognuno – secondo il proprio ministero e il servizio che rende alla Chiesa – deve cercare di trarne frutto. In particolare credo che l’invito che emerge per un pastore, un vescovo, sia quello di verificare, da un lato, che le parrocchie e i centri di vita ecclesiali non perdano mai la fondamentale missione di essere luoghi e contesti in cui fare esperienza interiore di Dio e, al tempo stesso, di promuovere questo approccio nella vita pastorale delle comunità che sono chiamati a presiedere. È importante sottolinearlo: sono fondamentali ambienti e proposte di pastorale, rivolte anzitutto ai giovani, che comunichino il Kerygma, il Vangelo, nelle quali si abbia il coraggio di fare proposte forti e liberanti come solo la Chiesa – esperta di umanità – può fare. E questa è una missione che è anzitutto nella disponibilità dei vescovi, infatti, da pastore di una diocesi mi chiederei se davvero nelle nostre parrocchie, ad esempio, si vive una spiritualità che mi permetta di conoscere Dio e dunque fondare la mia intuizione vocazionale sulle fondamenta di questa relazione.
Lei però, prima che fosse consacrato vescovo, è stato anche protagonista a Milano nella pastorale giovanile e familiare. Pur se in contesti e modalità differenti, in che modo le prospettive del Messaggio possano interpellare chi è impegnato in prima linea nei diversi ambiti pastorali?
Sicuramente – come giustamente osserva la domanda – il contesto sociale e culturale è molto variato rispetto a quando da giovane sacerdote mi occupavo, insieme ad altre cose, di questi ambiti della pastorale. Credo però che se i mutamenti siano importanti e da tenere ben presenti, c’è allo stesso tempo una fondamentale dinamica che non cambierà mai nell’uomo e nella donna di ogni tempo: la ricerca di pienezza e di senso. E il messaggio del Santo Padre credo vada proprio in questa direzione. Non ci offre una ricetta o uno schema di pastorale, ma ribadisce la direzione fondamentale di ogni approccio. Fermarsi in preghiera, passare del tempo con il Signore Gesù, ascoltare e meditare la sua parola, lasciarsi affascinare dalla sua bellezza e favorire queste dimensioni nelle nostre iniziative è ciò che gli attori della pastorale giovanile, familiare e quindi vocazionale devono assolutamente tenere ben presenti. I giovani, infatti, hanno sete di verità, di autenticità e di senso per le loro vite e questo possono trovarlo solo se incontreranno il Dio di Gesù Cristo. Ecco, mi domanderei, quanto questo sia presente nelle nostre proposte di fede o se a volte scadiamo nella banalità dell’attivismo o anche ci accontentiamo di eventi, significativi solo se portano a un costante rapporto con Gesù. Bisogna insistere molto su questo, il primo lavoro occorre che sia sull’interiorità, in quella “camera” dove Dio ci vede nel segreto (cf Mt 6,6), ci parla e da dove nascono le scelte più profonde e autentiche.
Il Messaggio insiste molto sulla pastoralità di Gesù Cristo, sulla via della bellezza da Lui inaugurata, e su una dinamica vocazionale che si innesta fondamentalmente sulla fiducia in Lui. Può essere questa una traccia per rilanciare una pastorale vocazionale per i sacerdoti lì dove essa è più in crisi?
Cristo bel Pastore – come ci ha ricordato il Santo Padre – è la pietra angolare su cui costruire ogni autentica vocazione al presbiterato. Ovviamente non è solo un criterio di mera identificazione, perché sempre ogni sacerdote deve fare i conti sullo iato che esiste tra ciò che è e il dono che ha ricevuto, ma resta un riferimento interiore e spirituale che non deve mai essere messo da parte. Cristo è buon Pastore per ogni sacerdote, per ogni vescovo e anche per il Papa stesso. Il Cristo ci conduce ed è Lui che dobbiamo seguire. Questa bellezza che emana da Gesù è una bellezza che non passa, non sbiadisce e non è segnata dalle rughe delle nostre mancanze e delle nostre infedeltà. Riflettendoci nella bellezza della gloria del Signore, veniamo trasformati a nostra volta nella sua immagine (cf 2Cor 3,18). È questa bellezza – la bellezza di essere pastori sull’esempio di Cristo che dà la vita per il suo gregge – che deve tornare al centro della pastorale vocazionale per i sacerdoti, vincendo stanchezze e delusioni che oggi non mancano. Non dobbiamo e non possiamo stancarci di annunciare quanto sia bello essere sacerdoti. Mai rinunciare di gridare dai tetti la bellezza, la tenerezza e la gratuità della chiamata di Cristo in un mondo dove spesso prevale la logica dello scarto e la sete di potere. Essere discepoli di Gesù è un’avventura sempre affascinante, impegnativa e meravigliosa.
Mi permetta un’ultima domanda. Lei ha svolto tanti e diversi incarichi nell’arco della sua vita ministeriale, ne abbiamo già accennato qualcuno, la vocazione dunque cambia, si evolve, o resta sempre la stessa?
Sono vere entrambe le prospettive. Quando il Santo Padre parla di maturazione alla fine del testo del Messaggio ritengo intenda proprio questo aspetto qui. La vocazione, infatti, pur essendo di per sé definitiva non smette mai di articolarsi e crescere, pur se rimane identica a se stessa. La mia vocazione di diacono, sacerdote e vescovo, è sempre la stessa: quella di servire la Chiesa nel ministero ordinato, ma chiaramente cambia la modalità in cui l’ho vissuta e la dimensione in cui essa ha potuto esprimersi. Questo non solo per i diversi incarichi a cui ciascuno di noi può essere chiamato, che ovviamente mutano ruoli e contesti, ma anche perché siamo noi a cambiare. La discriminante è come si vivono quei cambiamenti che accadono nel decorso normale di una esistenza, se rimaniamo tralci innestati nella vite che è Cristo e quindi la sua Chiesa, allora la vocazione crescerà e porterà frutto anche se in maniera diversa. Se invece perdiamo questo legame, rischiamo che il cambiamento ci travolga e soffochi anche la nostra capacità di amare e servire il prossimo. Ogni vocazione è importante nella Chiesa, ma non può mai essere vissuta senza un continuo attingere alla linfa vitale del Dio che ci ha chiamati, che ha a cuore la nostra felicità e ci ha fatto dono del Suo amore.