Recuperare la dimensione dell’interiorità nella vita di fede di tutti i battezzati

A colloquio con il cardinale prefetto del Dicastero per il Clero sul messaggio del Papa per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni

30 marzo 2026

La necessità di recuperare e ricentrare la dimensione dell’interiorità nella vita di fede di tutti i battezzati». È questo per il cardinale Lazzaro You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il Clero, il filo conduttore del recente messaggio di Leone XIV per la LXIII Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che si celebrerà il prossimo 26 aprile. Perché — spiega in un’intervista ai media vaticani il porporato che ha «la responsabilità e l’onere della felicità di chi è stato chiamato alla vocazione sacerdotale» — sant’Agostino insegna come «senza interiorità non siamo capaci di incontrare veramente il Signore nel profondo del nostro cuore e della nostra coscienza».

 

Eminenza, è stato appena pubblicato il primo Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Quali sono le sue reazioni a caldo?

Un dono! Un dono che riempie il cuore di gioia! In particolare per me che sono chiamato a presiedere il Dicastero per il Clero e che mi è affidata la responsabilità e l’onere della felicità di chi è stato chiamato alla vocazione sacerdotale, è davvero importante leggere e meditare queste parole del Santo Padre che ci richiamano a valori essenziali come la preghiera e l’interiorità nella dinamica di ricerca e maturazione vocazionale. Valori da tenere ben presenti per rilanciare la centralità della pastorale vocazionale in tutti gli ambiti della vita ecclesiale.

 

Il testo si apre con un chiaro riferimento al «Buon Pastore», che viene quasi presentato come un’icona e, al tempo stesso, un riferimento per tutte le vocazioni. Quanto è importante l’essere pastore di Gesù nella vocazione?

È qualcosa da cui non possiamo prescindere. Legare la Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni alla IV domenica di Pasqua, tradizionalmente detta del “Buon Pastore”, è una di quelle tradizioni preziose da non smarrire. La pastoralità di Cristo, infatti, è al tempo stesso icona e riferimento come giustamente sottolineato nella domanda e come emerge dal testo. Gesù Pastore è l’ideale vocazionale a cui aspirare, il modello da imitare, ma anche la roccia su cui costruire le proprie certezze e sicurezze. Sapere che Gesù è anche il mio Pastore, è il Pastore di tutti, significa ricordarsi che è Lui la forza, è Lui la speranza a cui aggrapparsi, è Lui la certezza su cui basare il proprio “sì” al Signore della vita.

 

In questo caso viene anche proposto come il “Bel Pastore”, invitandoci a seguire la via pulchritudinis– la via della bellezza e dell’autenticità. Che rilievo possiede un invito del genere in un mondo fortemente segnato dall’idolo dell’estetica?

Da poco in un testo della Commissione Teologica Internazionale si è evidenziato il pericolo di una mentalità edonista che celebra e quasi “adora” il corpo umano, coniugando l’esperienza umana tramite dei tristi canoni estetico-funzionali. Ovviamente non è a questo tipo di bellezza che il passo evangelico si riferisce, tantomeno il testo del Santo Padre. Penso che il riferimento del testo vada inteso alla luce di una riscoperta del valore – infinitamente unico – della bellezza di Cristo. Gesù è il “Bel Pastore” perché è proprio la sua unicità a renderlo profondamente bello, cioè realmente attraente secondo l’etimologia stessa della parola: la bellezza di Cristo ci attrae a Lui. Questa bellezza non è il semplice riflesso o la conseguenza di un’etica o di una morale, ma è anche – potremmo dire – la categoria fondamentale per ogni vocazione nella Chiesa. Stare con Gesù, spendersi per la Chiesa, amare i fratelli e le sorelle non è solo cosa buona, è anche unica, è bello e riempie davvero di senso e scopo l’esistenza umana. La bellezza di Cristo rappresenta la pienezza dell’umanità, considerata “bella e buona” perché specchio della bellezza divina.

La parte centrale del Messaggio insiste su due aspetti della relazione con Dio: la conoscenza e la fiducia. Come si collocano queste due dimensioni nell’iter della ricerca vocazionale?

La filosofia greca ci ha insegnato che non si può amare ciò che non si conosce. E questo chiaramente vale a maggior ragione con Dio. Non possiamo amare Dio, deciderci per Lui, se non abbiamo imparato a conoscerlo. In questo senso, credo che il file rouge dell’intero Messaggio di Papa Leone risieda proprio nella necessità di recuperare e ricentrare la dimensione dell’interiorità nella vita di fede di tutti i battezzati. Senza interiorità – come insegna sant’Agostino – non siamo capaci di incontrare veramente il Signore nel profondo del nostro cuore e della nostra coscienza. Solo, infatti, quando abbiamo realmente fatto esperienza personale di Dio possiamo scoprire il Suo progetto d’amore per la nostra vita e, soprattutto, imparare a fidarci di Lui! Sono due categorie fondamentali, forse anche scontate, ma che non si possono eludere: ci si fida e si ama solo di chi si conosce a fondo. Non perdiamo l’occasione di frequentare assiduamente Gesù Cristo, nella Parola e nell’Eucarestia, nella meditazione e nella lettura dei testi dei maestri dello spirito. Questo ritengo sia il cuore dell’invito del Santo Padre.

 

L’ultima parte del Messaggio, invece, sembra riferirsi a coloro che sono chiamati a perseverare nella vocazione, come un invito al coraggio e alla speranza nonostante le prove e le difficoltà. Che cosa si intende, dunque, per maturazione nella scelta vocazionale?

Credo che la risposta stia nell’esortazione che ci fa il Papa a non considerare la vocazione come un traguardo, una meta da raggiungere. È vero che esistono determinati momenti in cui si sancisce definitivamente la propria scelta vocazionale, come ad esempio il giorno in cui viene celebrato il sacramento del matrimonio o si emettono i voti perpetui di consacrazione. Questo però non deve mai essere considerato come la fine del discepolato e l’interruzione del percorso di maturazione interiore, questo è spesso all’origine di tante crisi vocazionali. La vocazione, infatti, proprio quando la si vive pienamente non è statica o ferma, ma cresce, matura e si sviluppa come un corpo vivo, anzi proprio nel nostro corpo e nella nostra anima che vivono in un determinato luogo e in un tempo specifico. Credo che questo passaggio finale sulla dimensione della continua maturazione sia davvero una gemma preziosa che il Santo Padre ci consegna e che dobbiamo custodire e valorizzare sempre più. Nessun battezzato, tanto più sacerdote o consacrato può realizzare se stesso e il dono della vocazione uscendo dalla logica del discepolato e della sequela, altrimenti smarrisce il senso autentico della vocazione stessa. Bisogna riscoprire la bellezza di essere discepoli sempre.

 

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