LETTERA DEL SANTO PADRE LEONE XIV AL PRESBITERIO DELL'ARCIDIOCESI DI MADRID IN OCCASIONE DELL'ASSEMBLEA PRESBITERALE "CONVIVIUM"

[Auditorium Pablo VI, Madrid - 9-10 febbraio 2026]

09 febbraio 2026

Cari figli,

Sono lieto di potervi rivolgere questa lettera in occasione della vostra Assemblea presbiterale e di farlo con un sincero desiderio di fraternità e di unità. Ringrazio il vostro arcivescovo e, di cuore, ognuno di voi per la disponibilità a riunirvi come presbiterio, non solo per trattare questioni comuni, ma anche per sostenervi reciprocamente nella missione che condividete.

Apprezzo l’impegno con cui vivete ed esercitate il vostro sacerdozio in parrocchie, servizi e realtà molto diverse; so che spesso tale ministero si svolge in mezzo alla stanchezza, a situazioni complesse e a una dedizione silenziosa della quale solo Dio è testimone. Proprio per questo auspico che le mie parole vi raggiungano come un gesto di vicinanza e di incoraggiamento, e che questo incontro favorisca un clima di ascolto sincero, di comunione vera e di apertura fiduciosa all’azione dello Spirito Santo, che non smette di operare nella vostra vita e nella vostra missione.

Il tempo che la Chiesa sta vivendo ci invita a fermarci insieme in una riflessione serena e onesta. Non tanto per limitarci a diagnosi immediate o alla gestione delle urgenze, ma per imparare a leggere con profondità il momento che stiamo vivendo, riconoscendo, alla luce della fede, le sfide e anche le possibilità che il Signore schiude dinanzi a noi. In questo cammino diventa sempre più necessario educare lo sguardo ed esercitarci nel discernimento, in modo da poter percepire con maggiore chiarezza ciò che Dio sta già operando, spesso in modo silenzioso e discreto, in mezzo a noi e alle nostre comunità.

Questa lettura del presente non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui oggi si vive e si esprime la fede. In molti ambienti constatiamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione nel discorso pubblico e la tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola a partire da ideologie o categorie parziali e insufficienti. In tale contesto, la fede corre il rischio di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata all’ambito dell’irrilevante, mentre si rafforzano forme di convivenza che prescindono da ogni riferimento trascendente.

A ciò si aggiunge un cambiamento culturale profondo che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di riferimenti comuni. Per molto tempo, il seme cristiano ha trovato un terreno in gran parte preparato, perché il linguaggio morale, i grandi interrogativi sul senso della vita e certe nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi. Oggi questo sostrato comune si è notevolmente indebolito. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno favorito la trasmissione del messaggio cristiano hanno smesso di essere evidenti e, in non pochi casi, persino comprensibili. Il Vangelo non si confronta solo con l’indifferenza, ma anche con un orizzonte culturale diverso, in cui le parole non significano più lo stesso e dove il primo annuncio non si può dare per scontato.

Tuttavia, questa descrizione non coglie appieno ciò che realmente sta accadendo. Sono convinto — e so che molti di voi lo percepiscono nell’esercizio quotidiano del ministero — che nel cuore di non poche persone, specialmente dei giovani, sta nascendo oggi un’inquietudine nuova. L’assolutizzazione del benessere non ha portato la felicità sperata; una libertà svincolata dalla verità non ha generato la pienezza promessa; e il progresso materiale, da solo, non è riuscito a soddisfare il desiderio profondo del cuore umano.

Di fatto, le proposte dominanti, insieme a determinate letture ermeneutiche e filosofiche con le quali si è voluto interpretare il destino dell’uomo, lungi dall’offrire una risposta sufficiente, hanno lasciato spesso una maggiore sensazione di sazietà e di vuoto. Proprio per questo, constatiamo che molte persone iniziano ad aprirsi a una ricerca più onesta e autentica, una ricerca che, accompagnata con pazienza e rispetto, le sta portando nuovamente all’incontro con Cristo. Questo ci ricorda che per il sacerdote non è tempo di ripiegamento né di rassegnazione, ma di presenza fedele e di disponibilità generosa. Tutto ciò nasce dal riconoscimento del fatto che l’iniziativa è sempre del Signore, che sta già operando e ci precede con la sua grazia.

Si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid — e la Chiesa intera — in questo tempo. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico — essere alter Christus — lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate.

Cari figli, permettetemi di parlarvi oggi del sacerdozio avvalendomi di un’immagine che conoscete bene: la vostra cattedrale. Non per descrivere un edificio, ma per imparare da esso. Perché le cattedrali — come qualsiasi luogo sacro — esistono, come il sacerdozio, per condurre all’incontro con Dio e alla riconciliazione con i nostri fratelli, e i loro elementi racchiudono una lezione per la nostra vita e il nostro ministero.

Contemplandone la facciata, impariamo già qualcosa di essenziale. È la prima cosa che si vede, eppure non dice tutto: indica, suggerisce, invita. Così anche il sacerdote non vive per esibirsi, ma neppure per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche quando non è sempre compresa. La facciata non esiste per sé stessa: conduce all’interno. Allo stesso modo, il sacerdote non è mai fine a sé stesso. Tutta la sua vita è chiamata a rimandare a Dio e ad accompagnare il passaggio verso il Mistero, senza usurparne il posto.

Una volta giunti alla soglia, comprendiamo che non conviene che tutto entri all’interno, perché è spazio sacro. La soglia segna un passaggio, una separazione necessaria. Prima di entrare, qualcosa rimane fuori. Anche il sacerdozio si vive così: stando nel mondo, ma senza essere del mondo (cfr. Gv 17, 14). In questo crocevia si situano il celibato, la povertà e l’obbedienza; non come negazione della vita, ma come la forma concreta che permette al sacerdote di appartenere interamente a Dio senza smettere di camminare tra gli uomini.

La cattedrale è anche una casa comune, dove c’è posto per tutti. Così è chiamata a essere la Chiesa, specialmente verso i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, che protegge e che non abbandona. E così si deve vivere la fraternità presbiterale; come l’esperienza concreta di sapersi in casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita del fratello e disposti a sostenerci a vicenda. Figli miei, nessuno dovrebbe sentirsi esposto o solo nell’esercizio del ministero: resistete insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e debilita la missione!

Percorrendo il tempio, notiamo che tutto poggia sulle colonne che sostengono l’insieme. La Chiesa ha visto in esse l’immagine degli Apostoli (cfr. Ef 2, 20). Neanche la vita sacerdotale poggia su sé stessa, ma sulla testimonianza apostolica ricevuta e trasmessa nella Tradizione viva della Chiesa, e custodita dal Magistero (cfr. 1 Cor 11, 2; 2 Tm 1, 13-14). Quando il sacerdote rimane ancorato a questo fondamento, evita di edificare sulla sabbia delle interpretazioni parziali o degli accenti circostanziali, e si fonda sulla roccia salda che lo precede e lo supera (cfr. Mt 7, 24-27).

Prima di giungere al presbiterio, la cattedrale ci mostra luoghi discreti ma fondamentali: nel fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale è continuamente rigenerato. Nei sacramenti la grazia si rivela come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale. Perciò, cari figli, celebrate i sacramenti con dignità e fede, consapevoli che ciò che in essi avviene è la vera forza che edifica la Chiesa e che sono il fine ultimo a cui tutto il nostro ministero è ordinato. Ma non dimenticate che voi non siete la fonte, bensì il canale e che anche voi avete bisogno di bere quell’acqua. Non smettete quindi di confessarvi, di tornare sempre alla misericordia che annunciate.

Accanto allo spazio centrale si aprono cappelle diverse. Ognuna ha la sua storia, la sua dedicazione. Pur essendo diverse per arte e composizione, condividono tutte uno stesso orientamento; nessuna è volta verso sé stessa, nessuna rompe l’armonia dell’insieme. Così avviene anche nella Chiesa con i diversi carismi e spiritualità mediante i quali il Signore arricchisce e sostiene la vostra vocazione. Ognuno riceve una forma particolare di esprimere la fede e di nutrire l’interiorità, ma tutti restano orientati verso lo stesso centro.

Guardiamo al centro di tutto, figli miei: qui si rivela che cosa dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero. Sull’altare, attraverso le vostre mani, si rende presente il sacrificio di Cristo nella più alta azione affidata a mani umane; nel tabernacolo resta Colui che avete offerto, affidato nuovamente alle vostre cure. Siate adoratori, uomini di profonda preghiera e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso.

Al termine di questo percorso, per essere i sacerdoti di cui la Chiesa ha oggi bisogno, vi lascio lo stesso consiglio del vostro santo concittadino, san Giovanni d’Avila: «Siate tutti suoi» (Sermone 57) Siate santi! Vi affido a Santa Maria dell’Almudena e, con il cuore pieno di gratitudine, vi imparto la Benedizione Apostolica, che estendo a quanti sono affidati alla vostra cura pastorale.

Vaticano 28 gennaio 2026.
Memoria di san Tommaso d’Aquino, presbitero e dottore della Chiesa
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LEONE PP. XIV

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L'Osservatore Romano, Edizione Quotidiana, Anno CLXVI n. 32, lunedì 9 febbraio 2026, p. 3.