«Un Messaggio che parla al cuore dei sacerdoti»
In dialogo con il Segretario del Dicastero per il Clero S.E. Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli sul Messaggio del Santo Padre Leone XIV in occasione della Giornata per la Santificazione Sacerdotale
Eccellenza, qual è stata la sua prima impressione circa il Messaggio del Santo Padre indirizzato ai Sacerdoti?
Leggendo il bel Messaggio per la Giornata della Santificazione Sacerdotale, la prima parola che mi viene in mente è “intimità”. Il Santo Padre, infatti, rivolge a tutti i sacerdoti un Messaggio fraterno, che viene dal cuore. Si percepisce, in questo senso, l’accento che Leone XIV intende porre sul tema della santità e della cura dell’interiorità nella vita dei presbiteri. Il Papa mostra di conoscere le gioie e le fatiche del ministero presbiterale di oggi: la stanchezza, la solitudine, la fragilità, ma anche il desiderio profondo, presente in tantissimi sacerdoti, di non perdere mai il primato di Cristo nella loro vita e dunque nel loro ministero. Prendersi cura del proprio cuore e coltivare l’intimità con il Signore sono il segreto di una vita presbiterale felice. E la santità non si raggiunge compiendo cose straordinarie, ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie. Per Santa Teresa d’Avila la santità non consiste nel fare cose ogni giorno più difficili, ma nel farle ogni volta con più amore per il Signore. Nel Messaggio mi ha colpito, in particolare, una frase: «Siamo chiamati a partecipare alla stessa santità di Dio, ma portiamo cuori fragili, limitati e imperfetti». Sono parole che dicono, con verità evangelica, che la santità sacerdotale non è ideale o apparenza, ma una possibilità concreta che prende corpo nella vita reale di ciascuno di noi. E proprio per questo il Messaggio può parlare al cuore di ogni confratello, dal più giovane vicario al sacerdote anziano che ha attraversato decenni di servizio.
Quale dimensione le pare più caratteristica, e forse anche più nuova, di questo Messaggio?
Direi che la dimensione più caratteristica è la forte centratura cristologica e cordiale, nel senso letterale del termine: il Cuore di Cristo viene presentato quale “luogo” della santità del sacerdote. Siamo di fronte ad una vera e propria proposta teologica e spirituale che valorizza e approfondisce la devozione tradizionale al Sacro Cuore: la santità del presbitero non è una tensione ascetica solitaria, ma l’unione del proprio cuore inquieto con il Cuore trafitto e misericordioso di Gesù. In questo, il Messaggio si pone in continuità con l’insegnamento di Papa Francesco nell’Enciclica Dilexit nos, che è esplicitamente citata. Ma vi aggiunge anche un’angolatura propria. Il testo, infatti, offre la tradizione agostiniana e l’esperienza spirituale di Sant’Agostino come icone – non certo uniche – ma sicuramente esemplificative per esortare i sacerdoti a ricercare una rinnovata tensione alla santità. Consegnarsi al Cuore di Gesù non è solamente una formula suggestiva, ma la strada per l’assunzione di una spiritualità di autentica figliolanza e libertà.
Come pensa che il Messaggio sarà accolto dai sacerdoti?
Sinceramente, ritengo che possa essere accolto con gratitudine, con un certo sollievo e anche rinnovando il desiderio della fraternità presbiterale. Gratitudine, perché molti sacerdoti – che spesso operano in contesti pastorali davvero esigenti – sentono il bisogno di una parola del Papa che non si limitasse a ricordare i doveri del ministero, ma che riconoscesse le ferite reali del clero di oggi e tracciasse loro la strada per una integrazione di tutto ciò che vivono nella vita spirituale. Sollievo, perché il Santo Padre sottolinea in maniera quanto mai opportuna che il Signore e la Chiesa non chiedono ai presbiteri di essere una sorta di supereroi. Ci ricorda che non bisogna confondere lo zelo con l’attivismo e che al centro del nostro impegno deve esserci la ricerca dell’Amore di Dio rifuggendo la tentazione di piacere a tutti i costi. Vorrei, inoltre, aggiungere un terzo motivo di accoglienza che mi sembra particolarmente prezioso: la forte insistenza del Santo Padre sulla fraternità presbiterale. Quando il Papa scrive che «il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli, cresce» tocca un tema centralissimo per il clero. Penso che molti confratelli accoglieranno questo invito positivamente. La santità sacerdotale non è una corsa individuale, ma un cammino condiviso, fatto di relazioni ed amicizie autentiche tra i presbiteri, come con i fedeli, di vita comune dove possibile e di sostegno reciproco. È un richiamo che interpella anche i vescovi, chiamati per primi a promuovere questa fraternità nelle diocesi loro affidate.
Quali ricadute crede che questo testo possa avere sulle comunità parrocchiali, e in generale sui fedeli laici?
Ritengo che non vi sia una effettiva distinzione di ricaduta fra il clero e il popolo di Dio. Certo, il Messaggio è rivolto ai sacerdoti, ma indica comunque una spiritualità che è per tutti i battezzati. Credo, infatti, che la lettura di questo testo possa essere preziosa per chiunque e non semplicemente per il valore magisteriale che esso possiede, ma per le importanti indicazioni spirituali che offre e che radicano l’identità di ciascun battezzato nell’appartenenza e nell’identificazione con Cristo. Inoltre, vorrei sottolineare che un clero maggiormente riconciliato con il proprio cuore, più centrato spiritualmente, è sicuramente un dono preziosissimo per il popolo di Dio. Le comunità parrocchiali - come spesso ricordava Papa Francesco - hanno fiuto per questo! Avvertono subito quando un sacerdote è un uomo unificato, in pace con sé e con il Signore: si crea un clima di famiglia e la comunità cammina insieme ai suoi pastori.
Quali sono, secondo il suo giudizio, i nuclei tematici più importanti per la vita concreta dei sacerdoti?
Vorrei segnalarne in particolare due. Il primo riguarda il concetto di povertà. Il Santo Padre insiste nel presentare il Cuore di Cristo come icona di un amore che si fa vulnerabile, passibile, e questo orienta naturalmente i sacerdoti a prediligere le situazioni di sofferenza, di abbandono e di esclusione. Sono tanti e differenti i contesti di povertà nei quali spesso i sacerdoti si trovano ad operare e spesso le povertà spirituali sono molto più dolorose di quelle materiali. Vivere la spiritualità del Sacro Cuore significa portare l’amore di Dio lì dove l’uomo soffre maggiormente e dove la grazia può sovrabbondare come insegna san Paolo. Il secondo riguarda la pace: in un tempo segnato - sono parole del Papa - «da divisione e paure», i sacerdoti sono chiamati a essere «costruttori di pace, testimoni della tenerezza del Buon Pastore», uomini di riconciliazione e dialogo. Questo investe non solo la pastorale ordinaria, ma anche la missione sociale ed ecclesiale dei presbiteri. Siamo chiamati, in primis nei nostri contesti ecclesiali, ad abbandonare le logiche del conflitto, della contrapposizione e a dare testimonianza, a noi stessi e al mondo, che i cristiani sono persone pacificate e che costruiscono la pace. La pace ovviamente non è quieto vivere o ignorare i problemi per evitare i conflitti, è proprio il suo opposto: scegliere di sanare i conflitti, di incontrare l’altro, di essere disponibili alla riconciliazione. In questo senso e per tutti, questo testo è davvero profetico! Mi auguro davvero che la Giornata per la Santificazione Sacerdotale diventi, in tutta la Chiesa, un giorno di preghiera, di gratitudine e di solidarietà concreta verso tutti i sacerdoti, perché possiamo vivere la santità nella prossimità con Cristo e fra di noi, sotto lo sguardo di Maria, Madre dei Sacerdoti, alla quale il Santo Padre ci affida.