IV Domenica del Tempo Ordinario

Congregatio pro Clericis

IV Domenica del Tempo Ordinario

Mt 5,1-12

 

La pagina delle Beatitudini si legge normalmente per la festa di tutti i santi ovvero di quelli che sono di Cristo, quelli che hanno accolto Cristo.

Matteo, come sappiamo, scrive presentando il Messia con un’attenzione scrupolosa a non urtare gli Ebrei, perché possano accettarlo. Suddividendo sullo sfondo del Pentateuco il suo vangelo in cinque parti, vuol mostrare tutti i parallelismi tra Cristo e Mosè: ma se Mosè era salito sul Monte per ricevere da Dio la legge, ora è il Figlio, Dio uomo, a dare il nuovo statuto rivelandolo nella sua umanità dove si tratta di accogliere lui e la vita che ci ha dato e non di preoccuparsi di che cosa dobbiamo fare noi per Dio.

Lo sforzo di Matteo di usare 72 parole, sullo sfondo di Gn 10 dove Mosè fa l’elenco delle 72 nazioni del mondo, svincola ancora una volta il messaggio di Cristo dall’Alleanza e lo apre alla prospettiva messianica universale: le Beatitudini non sono solo per gli Ebrei, ma per tutta l’umanità, 72 nazioni. 

Otto è il giorno della Risurrezione, della nuova creazione, della vita nuova. Sta scritto che chi osserva la Legge avrà lunga vita, le Beatitudini fanno vedere che chi accoglie Cristo ha la vita dell’ottavo giorno, la vita definitiva, la vita del Figlio.

In Cristo Dio ha liberamente unito l’umanità a sé e con l’unione dell’umano al divino avviene un radicale cambiamento “in radice” dell’umanità. Qui,  come dice Origene, Cristo presenta se stesso, dipinge la sua immagine davanti al mondo, questo è Lui; infatti solo in Cristo Dio liberamente ha unito l’umanità a sé. Allora è esattamente la divino umanità di Cristo la chiave di lettura, perché tutto ciò che sta scritto, in ogni beatitudine, si è compiuto nell’umanità di Cristo e noi Chiesa siamo questa umanità, unita a Dio, umanità che è passata attraverso la pasqua e vive la vita del risorto, consolata perché Lui ha vissuto tutto ciò che è qui; gente che non ha nulla, eppure abbiamo tutto.

La parola usata per beati è macarios e non eudaimonos che, invece, rimanda all’uomo soddisfatto, contento perché ha fatto bene le cose; macarios esprime una felicità spirituale con una connotazione di pace e serenità totale, uno stato permanente che deriva dalla certezza di percorrere la via giusta, la via degli amici di Dio. E questo non è per l’aldilà nel futuro, ma è qui, oggi. Siamo beati perché viviamo l’umanità di Cristo. Le Beatitudini  elencano una serie di circostanze dove l’io si ribella, dove la natura umana percepisce la sua vulnerabilità e l’io, che è espressione di questa natura, vuole la sua rivincita. Non accettare questa cosa, ma imporre un’altra soluzione. Ma proprio queste circostanze diventano eccezionali occasioni per esporci all’azione di Dio, capovolgere l’impostazione ed esporci alla sua azione, entrare in quella beatitudine.

Perché chi vive la vita filiale ha ricevuto da Dio un’altra vita, un’altra direzione: da questa situazione far vedere una vita nuova, una mentalità nuova, un modo di affrontare nuovo. Chi ha la vita di Dio e la vita del Figlio, manifesterà che fa conto su Dio, non su se stesso. Rivelerà che non è preoccupato per se stesso e che non ha nessun appoggio fuori di Dio. E cambia la realtà segnata dal peccato in una situazione del regno. O sono vittima della mia natura ferita oppure sono l’espressione di questa vita filiale, dove tutto ciò che faccio esprime la relazione con il Padre, diventa rivelazione del Padre, rivelazione di questa unione divino-umana che è la vita da figli, anticipazione del Regno e perciò pienezza di vita. Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).

Si è beati non perché si vivono i disagi della storia, ma perché si è di Dio, si appartiene al suo regno e si raccoglie il suo amore malgrado i disagi e difficoltà che vengono.

 

P. Marko Ivan Rupnik