II Domenica del Tempo Ordinario

Congregatio pro Clericis

II Domenica del Tempo Ordinario

Gv 1,29-34

L’episodio del brano odierno si colloca dopo che Giovanni Battista ha affermato di non essere lui il Messia. L’evangelista non lo chiama “precursore”, ma “testimone”, e infatti il Vangelo di Giovanni si apre con la testimonianza che lui renderà al Figlio fino alla fine: “Lui deve crescere e io diminuire”. Testimoniare significa far trasparire l’altro dentro il nostro modo di pensare, di vivere, di agire. Dentro di sé farà emergere Colui di cui è testimone, l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. Questa è la chiave di lettura di tutto il Vangelo di Giovanni. Non dice solo “agnello”, dato che questa espressione avrebbe potuto rimandare semplicemente a quei versetti del Levitico che lo fanno rientrare tra gli altri animali per l’espiazione (Lv 9, 1-4), ma lo lega a Dio, lo lega alla notte dell’Esodo dall’Egitto, lo lega a un evento sul quale nessun ebreo poteva dubitare che fosse stato opera di Dio. Dunque la prima parola del Battista è esplicita: quest’uomo è l’Agnello dell’Esodo, non l’agnello dell’espiazione, ma quello del sacrificio del suo sangue, che ci libererà dalla morte; perché come quel sangue sul portone ha protetto Israele quando è passata la morte ed essa non è entrata, ora quest’Agnello toglierà il peccato del mondo.

Il mondo in Giovanni è anche quella mentalità chiusa, autosufficiente, che rifiuta vita e luce, che continuamente propone una propria vita che si propone come la luce. Si tratta di una mentalità che, in qualche modo, crea continua opposizione a Dio, volendo proporre un’altra vita e un’altra luce. Gesù è l’Agnello mandato dal Padre per togliere questo ordine di cose, in cui l’uomo cerca continuamente di crearsi una vita propria. Il peccato di cui parla Giovanni è quella condizione che fa peccare l’uomo. La parola greca che viene usata per “togliere” significa prendere e spostare in alto, nel senso di “far sparire”. È termine che Giovanni usa altre volte, quando entra nel tempio a scacciare i mercanti (Gv 2, 13-22), quando dice che nessuno gli toglie la vita (Gv 10,18), e soprattutto è il termine usato nella Bibbia dei Settanta in Isaia 53,7 per il Servo di Yahvé, il tolto di mezzo con oppressione e ingiusta sentenza, che ritroviamo nella prima lettura di oggi. In aramaico il termine usato per Servo richiama il termine che è usato per Agnello. L’Agnello è il Servo, toglie il peccato del mondo perché lo solleva, lo assorbe, lo prende su di sé, è trattato come pecora muta, come Agnello portato al macello, ecc..

Lui toglie il peccato del mondo, diventando Lui il peccato (2Cor 5,21). E il mondo toglie di mezzo Lui, che si è caricato del nostro peccato. E ci riempie della vita nuova. Lui toglie il peccato perché ci immerge, ci inonda del suo Spirito. Lui battezza con lo Spirito, ci consegna lo Spirito della vita, lo Spirito che è la vita e la luce, e ci fa Figli di Dio. Ognuno di noi sa molto bene quanto ciò sia vero per noi, per ognuno di noi, e quanto siamo ancora in attesa, quanto veramente siamo ancora, alle volte, dentro questo ordinamento delle cose del mondo dove noi vogliamo proporre qualcosa di nostro e quanto invece già non c’è più spazio, perché questo ordinamento del mondo, che vuole salvare se stesso e le proprie opere, è già tolto, c’è già lo Spirito della vita della figliolanza, perché siamo già figli.

Il mondo cerca sempre di salvarsi attraverso qualcosa. Dio solo salva attraverso l’amore. Non si cerca la salvezza fuori dall’amore. E Lui toglie il peccato del mondo non scaricandolo da qualche parte, non facendo un semplice rito di espiazione, ma assorbendolo, assumendolo. Perché l’Amore non può trovare un’altra pista che l’amore. Il Padre può salvare il mondo solo attraverso un rapporto vero tra Dio e l’uomo, in Gesù Cristo. Non usando qualche mezzo, solo l’amore, cioè solo la relazione. Solo la figliolanza, perché è Padre. Non può fare altro perché è Padre. Gli rimane solo il Figlio e il suo soffio, la sua vita, che è lo Spirito.