XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Congregatio pro Clericis

XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A 

Mt 18,15-20

“Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14).

Questa parola che precede il Vangelo di oggi può essere una buona chiave per comprendere la questione che la volontà del Padre è di radunare tutti e che nessuno vada perduto. Ovvero come non perdere i fratelli e come fare di tutto per recuperarli, perché alla fine la vera questione è quella dell’integrità del Corpo, perché chi pecca sta peccando contro il Corpo di Cristo e sta rovinando la bellezza del Corpo di Cristo.

Il termine “ammoniscilo” San Giovanni Crisostomo dice che in nessun modo significa rimproverarlo, richiamare alla giustizia, o chiedere rendiconto del comportamento, ma semplicemente ricordare al fratello il suo peccato e dirgli ciò che tu hai sofferto per causa sua. La colpa che può aver commesso potrebbe addirittura rientrare in uno di quegli elenchi tremendi che Paolo descrive come opera della carne (cf Gal 5,19-21) ma la prospettiva è rovesciata perché la vita di uno è legata la vita dell’altro. Sono peccati che fanno male più all’offensore che all’offeso perché, come dice s. Agostino, è a se stesso che ha inferto una grave ferita, peccando contro il fratello e perciò contro la Chiesa, contro i fratelli e contro il Padre. È soprattutto del peccatore dunque che bisogna preoccuparsi. Il che sembra paradossale, ma dimenticare le offese è estremamente utile per la vita spirituale, per la nostra purificazione. È un segno della vita di Cristo, chi dimentica le offese vive la vita di Cristo, lui è di Cristo. Perciò con una specie di tenerezza che vuole evitare la vergogna che avrebbe effetto di chiuderlo ancora di più è suggerita la correzione privata, fino al punto che se uno alla fine non desse ascolto neanche alla comunità sia considerato “come un pagano o un pubblicano”. Essendo noi nel Corpo di Cristo, avendo la vita di Cristo noi continuiamo verso di lui quell’atteggiamento che Cristo aveva verso i pagani e i pubblicani, pur non ricevendo una risposta corrispondente.

Da questo brano pian piano esce che la correzione fraterna è possibile solo se si appartiene vivamente all’organismo del Corpo di Cristo. Solo se nasce da questa fraterna preoccupazione per la vita di chi ti offende. E questa è possibile solo a partire da una coscienza filiale, solo se ci riconosciamo come figli del Padre. La questione resta sempre la stessa, il rapporto filiale, non si conosce il Padre se non nel Figlio e nessuno conosce il Figlio se non partecipando alla vita del Figlio.

In questa stessa prospettiva leggiamo la frase finale dove è detto che se due si accorderanno nella preghiera (Mt 18,19) il Padre concederà quella cosa. E Origene sottolinea come l’accento non è posto sulla preghiera ma sulla sinfonia, il termine è proprio sinfoneo, questo è l’accordarsi. Si torna alla questione dell’appartenenza all'organismo. La sinfonia è sulla verità della nostra fede che professiamo e sullo stile della vita che viviamo. Se noi non siamo sinfonici, unisoni, uniti nel proclamare la fede e nello stile della vita che viviamo, le nostre preghiere non saranno esaudite. La correzione fraterna è dunque l’espressione del dolore di chi avverte che si sta sciogliendo l’unità della vita nel Corpo di Cristo e perciò si stringe nella preghiera. E quando si prega partecipando all’unica vita del Figlio, il Padre sente ed esaudisce. E la Chiesa antica era famosa proprio per la continua preghiera per i peccatori, se anche uno non si lascia convincere dalla non vita che vive, il cristiano continua nell’unità della preghiera a sostenere davanti al Padre quel fratello.

P. Marko Ivan Rupnik