XX Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Congregatio pro Clericis

 

XX Domenica del Tempo Ordinario - Anno A 

Mt 15,21-28

L’incontro con la cananea del vangelo di oggi avviene dopo che Cristo stanco della ristrettezza mentale e della chiusura religiosa si è scontrato molto fortemente con la tradizione rigida dei farisei e degli scribi, accusandoli di tenere più alla loro tradizione religiosa che a Dio e alla sua parola.

Il verbo che è qui tradotto con ‘è partito di là è piuttosto da tradurre con ‘è uscito’, perché è il termine tecnico dell’Esodo, ripetuto continuamente quando si tratta del popolo che è uscito dalla schiavitù, da una claustrofobica situazione alla larghezza, all’apertura, dove si può respirare perché non si riesce più a stare in un posto di schiavitù, di morte.

Cristo non ce la fa più di questo clima di chiusura, dove ogni sua parola viene misurata con una logica sbagliata, ogni suo gesto considerato in modo errato, dove la tradizione è ormai un’armatura soffocante mentre Lui è stato inviato proprio per chiamare le pecore perdute della casa di Israele fuori dal recinto dell’oppressione, della religione che schiavizza, che chiude in forme vuote e non riesce ad aprire l’umanità alla sua figliolanza con il Padre (questo si vede in Gv 10, 1-18; soprattutto si costato nella versione greca nel versetto 4).

E allora si capisce che adesso, in questo territorio pagano arriva questa donna, comincia a urlare e gridare nella speranza che le cose straordinarie che ha sentito di Gesù portino qualche novità di vita. ‘Abbi pietà di me’ è il grido di chi attende la liberazione.

Ma Cristo non si scompone. Già antichi commentatori parlavano di una recita pedagogica. La cultura religiosa ebrea distingue molto bene tra il popolo eletto e i pagani, che sono indicati come cani domestici a differenza di quelli randagi, ma sempre cani. Anche quando gli apostoli gli dicono di cacciarla – e non esaudirla come è tradotto nel testo – perché dà fastidio, Cristo non si scompone.

Ma in questa immagine squisitamente religiosa, di una donna che si prostra davanti a Dio che intravede in quest’uomo troviamo l’esatta immagine della sposa che cerca lo sposo perché la discendenza non c’è, la vita non c’è, anzi, porta dentro un demonio. E chiede una piccola briciola.

Guarda caso, poco prima, quando Lui ha condiviso il pane sono rimaste tante briciole, dodici ceste che i dodici apostoli spediti all’altra riva dovrebbero portare al mondo pagano. Una briciola e questa donna con sua figlia ha trovato la vita. Non solo, ma secondo l’esegesi la seconda moltiplicazione dei pani avviene nell'altra parte del lago, dunque nel territorio pagano proprio perché Cristo è il pane per tutta l'umanità.

Si dispiega davanti a noi un’immagine della Chiesa nella missione del mondo. E si vede come questa donna, da un suo bisogno di vita, da una sua situazione drammatica ha trovato la comunione con Cristo, e questo l’ha guarita. Anche perché Cristo non ha semplicemente immediatamente esaudito la sua richiesta. La guarigione è l’incontro con Cristo, il riconoscere in lui il Signore. Ed è il suo problema la strada che l’ha unita a Lui, che l’ha portata a riconoscere il Messia.

Allora l’insegnamento spirituale è abbastanza forte: quando noi abbiamo i nostri problemi, le nostre necessità, più importante che pensare ad una soluzione è pensare a come queste realtà diventano luogo e motivo di un incontro con il Signore. È più importante questo di ciò che succede. Perché se questo avviene Cristo dirà: ‘Succeda così come tu desideri’. Più di questo non possiamo sentire.

P. Marko Ivan Rupnik