Trasfigurazione del Signore – Anno A

Congregatio pro Clericis

Trasfigurazione del Signore – Anno A

Mt 17,1-9

 

Il brano di oggi è lo stesso che leggiamo durante la Quaresima perché il suo significato è indispensabile in preparazione alla Pasqua.

Si parla di “sei giorni dopo”, sei giorni prima che cosa era accaduto?

Erano in cammino verso Cesarea di Filippo, e a Gesù che chiede “chi dice la gente che io sia?” (Mt 16, 13) Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, Figlio di Dio il Vivente” (Mt 16,16). E subito dopo Cristo annuncia che andrà a Gerusalemme a donare la vita e che questo dono avrà un aspetto molto tragico, di sconfitta. E Pietro comincia a porre obiezioni, dicendo che questo è assolutamente assurdo e che questo non accadrà mai.

Adesso Gesù prende Pietro, Giacomo e Giovanni, proprio gli stessi tre che poi si troveranno al Getsemani e li porta sul monte. Il monte è il luogo della rivelazione di Dio, dove Dio si comunica, si fa conoscere, dove Dio si fa vicino, il Padre e il Figlio sul monte parlano, è un luogo di intimità dove le cose si vedono diversamente. Questo vedere diversamente è un vedere oltre che permette di scorgere una bellezza al di là di un orizzonte che a prima vista sembra chiuso, doloroso, votato alla morte.

Proprio Pietro che istintivamente rifiuta l’annuncio della passione viene colpito dalla bellezza. Anche se non ha capito molto, intuisce che è bello. E la bellezza significa proprio dentro una cosa vederne un’altra più profonda e più bella. La passione ti inchioda sul corpo e il corpo ti inchioda sull’io, una solitudine totale, la chiusura assoluta. Tutta la passionalità che il mondo ci offre da tutte le parti è semplicemente per chiuderci, per impedire lo sguardo verso l’orizzonte. Tutto è chiuso di qua, tutto diventa soffocante. Ma la bellezza annuncia che il giorno verrà, si vedrà oltre questa cosa qui immediata. E proprio questo è ciò che Cristo vuole dire agli Apostoli: quando loro vedranno dal Getsemani in poi questa carne sua martirizzata, afflitta, derelitta, derisa, lì si renderà visibile l’amore del Padre, la figliolanza. Cristo sul monte appare vestito di figliolanza e gli Apostoli riescono per un istante a vederlo come Figlio.

Se ricordiamo le parabole delle domeniche precedenti il terreno bello è quello che “ascolta la parola, la accoglie e porta molto frutto”.

Bello è ascoltare la parola, accoglierla e farla fruttificare. E chi porta molto frutto? Il chicco di grano caduto in terra che muore. Allora si apre uno spazio enorme della libertà dell’amore. Perché significa: bello è accogliere un principio della parola del Verbo che è il Figlio e che comincia in me una trasfigurazione che mi porta attraverso l’offerta di sé. E questa offerta di sé significa morire. E allora la bellezza, il bello, è qualcosa di dinamico, è un processo, è un processo di trasfigurazione che passa attraverso la rinuncia, attraverso la morte, attraverso l’offerta ed è bello proprio perché fa vedere nel seme il germoglio, attraverso la morte. È bello perché proprio il Figlio non è da solo, rivelerà un Altro. Quando lo rivelerà? Proprio nella morte. Sulla croce il Figlio rivela colui che lo ha mandato. La sua obbedienza nell’amore fa sì che nel suo corpo crocifisso si riveli la fedeltà e l’amore dell’uno e dell’altro, del Padre e del Figlio. L’unica cosa ferma e solida è la loro relazione, cioè Dio come amore.  La relazione è per noi uomini luogo del passaggio, anzi è il passaggio stesso. Questo passaggio non si realizza in una forma visibilmente perfetta ma ciò che comunica e ciò che ci fa diventare è veramente perfetto. Cioè la vita filiale, la vita di Dio vissuta nella nostra umanità. Ed è questo che propriamente viene detto la Bellezza.

 

P. Marko Ivan Rupnik