XIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Congregatio pro Clericis

XIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt 10,37-42
 

Il brano del vangelo di oggi è ancora tratto dal capitolo 10 di Matteo come domenica scorsa, cioè il capitolo della missione degli apostoli. Forse a prima vista il vangelo sembra difficile, duro. “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me. Chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”.

Esiste un mondo, una realtà relazionale che Berdiaev spiega come la relazionalità secondo la natura umana e questi sono proprio i rapporti familiari. La famiglia infatti appartiene all’ordine della natura. Tanto è vero che quando nella Bibbia comincia la storia della salvezza, con la chiamata di Abramo, il Signore comincia a tirarlo fuori da un mondo del tutto soggetto alla natura, cioè secondo un’esistenza solo naturale. Esci dalla tua casa, la casa di tuo padre, esci dalla tua patria. Inizia un exodus tale che Abramo possa imparare un modo di esistere relazionale, non secondo la natura ma secondo la vita divina, cioè secondo un modo di Dio. Infatti tutta la storia di Abramo sarà questo racconto di come Dio lo educa a un’alleanza, cioè a una relazionalità secondo Dio, cioè nell’ordine dello Spirito e non della natura umana. Anzi al rovescio, dove la natura umana diventa l’espressione di una nuova relazionalità.

E qui il vangelo viene a chiarire proprio questo punto teologicamente e spiritualmente molto significativo: non si può mettere allo stesso livello la relazione con Cristo e le relazioni dell’ordine naturale, come quelle familiari. La relazione con Cristo è veramente una relazione secondo lo Spirito, dunque una relazione assolutamente libera, non gestita dalle necessità. È  un modo di amare secondo Dio, cioè dove la relazione realizza il dono di sé, dove l’io non è mai l’epicentro ma la relazione è il luogo del dono di sé.

È interessante vedere che in greco la parola usata per questo amore umano, pur di alto livello, è  filìa che è diversa da agape usata quando al centro si mette l’amore secondo Dio. Agape è l’amore libero, che riconosce l’altro come epicentro della relazione, come ad esempio in  Gv 15,9: “Come il Padre ha amato me anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”. Qui viene usato un linguaggio che poi infatti è stato usato dai cristiani per designare l’amore di Dio, secondo Dio, dunque un amore che viene donato, un’esistenza relazionale che viene donata per mezzo di Cristo a noi, che ci raggiunge in Cristo. Lo stesso Gv già nel Prologo (1,12) dice che chi lo accoglie ha potere di diventare figlio di Dio. Entra cioè in un livello nuovo, superiore dell’esistenza, quella filiale, che conosce il Padre.

Non si tratta di non amare i genitori o di chi ha la priorità ma di due livelli diversi, e se uno non accoglie questo nuovo modo di amare rimane prigioniero della relazionalità che è gestita dalla necessità della natura umana. Non libera. Se su questo stesso orizzonte includiamo anche la relazionalità con il Signore avviene un grave fraintendimento sulla fede: da accoglienza del dono di una vita nuova può ridursi a una religione con prescrizioni, precetti comandamenti che fanno leva su di me affinché io li compia per acquistare la benevolenza di Dio. Si mette una mentalità commerciale dentro mondo religioso, che lo sconfessa e rivela la sua falsità perché non è una relazione libera. Mentre la fede è sprigionare questa esistenza libera. San Paolo in Galati 5 lo dice esplicitamente, Cristo ci ha liberati perché restassimo nella libertà.

Si capisce bene allora che chi ha tenuto per sé la propria vita la perde. E qui per la vita è usata la parola psichè, la voglia di salvarsi, di rimanere, di salvare l’esistenza legata al bios (altra parola per vita), alla coscienza dell’io minacciata dalla precarietà, dalla fragilità della nostra esistenza secondo natura. Chi cerca di salvare quella vita, di tenerla in mano, di gestirla, la perderà. E qui, quando il Signore dice sono venuto per darvi la vita non dice psichè ma zoè, parola che è riservata all’esistenza di Dio, alla vita di Dio (cfr. Gv10,10).

Il vangelo è esplicito e chiaro, non si parte in missione all’interno di un orizzonte che non è quello che viene a dischiudersi con il dono che accogliamo, con la vita, con il Signore che accogliamo. La relazione con lui cambia orizzonte della nostra vita.

 

P. Marko Ivan Rupnik