VI Domenica di Pasqua - Anno A

Congregatio pro Clericis

VI Domenica di Pasqua - Anno A

Gv 14,15-21

 

Il punto di partenza per osservare i comandamenti è amare il Figlio. Amare il dono del Padre che si rivela nel Figlio dato agli uomini.

Questo è perciò il comandamento nuovo: che vi amiate come io vi ho amati. L’unico comandamento possibile è partecipare accogliendo l’amore che Dio ha per noi. Sapendo che l’uomo riesce ad accogliere solo quando non può più nulla da solo, quando non è capace di niente altro. Ma il comandamento è l’amore del Figlio, è il Figlio. L’accoglienza è per l’uomo una grande attività, richiede da parte nostra uno sforzo totale per mettersi nella condizione di ricevere il dono senza voler per forza fare qualcosa noi. Quando noi vogliamo fare qualcosa non siamo in grado di accogliere, perché accogliere significa ritirarsi per dare spazio all’altro e accogliere la sua azione tanto che si senta a casa sua. Perciò l’amore accolto diventa il nostro amore per l’altro perché l’amore è fatto così che se tu lo accogli sarà l’amore stesso che saprà amare avanti, saprà declinare l’amore nelle situazioni concrete. L’amore saprà sacrificarsi, saprà amare. Quando noi accogliamo il dono del Padre, poi nel concreto della vita questo amore troverà la strada e questa concretezza sono i comandamenti, una sorta di interpretazione dell’amore, il lasciare che l’amore trovi la strada nella concretezza. I comandamenti sono l’interpretazione dettagliata del comandamento.

E non si parte da un comando, non viene detto “osservate”, ma “chi osserva i miei comandamenti”. Il termine usato è interessante perché il verbo greco tereo significa piuttosto tener conto, portare con sé. Cioè tener sempre presente ciò che ha ricevuto dal Padre. Cristo praticamente dice: io vi ho amato, accoglietemi. E tenete conto di me. Mentre vivete tenete conto di me, e sarete vivi, perché io vivo. In noi sarà questo amore che è legato al Paraclito, allo Spirito di verità. Anche la traduzione del termine Paraclito è interessante perché noi lo abbiamo tradotto con Consolatore ma appartiene al mondo giuridico e indica colui che si mette presso quello che nel processo si trova tutti contro e parla a suo favore. Sarebbe un difensore più che un consolatore. È colui che parla contro chi ci accusa e chi ci accusa è il demonio, come bene si evidenzia nelle lettere apostoliche. Il demonio ci vuole accusare che noi non siamo in grado di vivere, che non siamo buoni. Da questo lo Spirito Santo ci rende immuni e non come uno che opera dall’esterno. Lo Spirito Santo che “rimane presso di voi e sarà in voi” (14,17). “In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (14,20).

Si torna sempre allo stesso punto, Cristo vuole che partecipiamo, tramite l’amore a questa esistenza divina, che è uno nell’altro. E allora non è una questione esterna, è veramente una questione interna. L’amore nasce dal di dentro ed è lo Spirito che dona questo amore, come dice Paolo, ci difende dal di dentro da ogni aggressore. È l’amore accolto e ricevuto che genera amore tra di noi, nella vita di ogni giorno.

P. Marko Ivan Rupnik