XIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

2 Re 4,8-11.14-16; Sal 88; Rm 6, 3-4. 8-11; Mt 10, 37-42.

Congregatio pro Clericis

 

 

«Chi dice tu non ha qualcosa, non ha nulla.

Ma sta nella relazione».

M. Buber

 

Lo straniero

 

Chi è veramente lo straniero? Perché facciamo tanta fatica ad aprirci all’accoglienza non solo dell’altro, ma anche all’accoglienza della novità, degli eventi che accadono, dell’imprevisto? Può darsi forse che il primo straniero sia io, estraneo a me stesso, e come tale sono anche il primo che chiede di essere accolto. Se non accolgo me stesso, con le mie parti estranee o strane, non amate, non volute, difficilmente mi potrò aprire all’accoglienza di qualcun altro, persona o evento che sia. Probabilmente potrebbe essere questa una chiave di lettura del famoso romanzo di Camus, che si intitola proprio Lo straniero. Il titolo potrebbe alludere al fatto che il protagonista è un francese che vive al Algeri, ma a ben guardare quel titolo sembra rimandare all’estraneità del protagonista a tutto quello che gli accade intorno, dalla morte della madre, con cui si apre il romanzo, fino all’assassinio, che egli commette, di un arabo sulla spiaggia. Meursault, il protagonista, sembra estraneo a tutto, anche a Dio ovviamente, al punto da venire alle mani con il prete che vorrebbe proporgli di abbandonare il suo ateismo.

 

Accogliere

L’esercizio che ci viene proposto dalle letture di questa domenica, la disponibilità cioè ad accogliere il profeta, ha la sua difficoltà proprio in questa premessa: mi mette davanti al rapporto con me stesso. È come se mi mettesse davanti a uno specchio nel quale non mi riconosco. Il testo del secondo libro dei Re così come il Vangelo (Mt 10,37-42) ruotano appunto intorno all’invito ad accogliere il profeta. Potremmo dire però che l’altro è sempre in qualche modo un profeta nella mia vita, perché parla in nome di un Altro. L’altro è sempre profeta perché mi costringe a interrogarmi, mi provoca, mi costringe a rivedere il mio equilibrio, mette in questione le mie abitudini, spariglia le carte con cui stavo giocando il solitario della mia esistenza. Il profeta che mi chiede di essere accolto può essere il figlio che arriva o il genitore anziano che ha bisogno di essere assistito, il profeta da accogliere è il nuovo arrivato, il collega, il parroco o l’animatore. La novità è sempre un’occasione attraverso cui Dio mi parla. L’esercizio dell’accoglienza è fondamentale per riconoscere Dio: il Figlio è infatti l’inviato del Padre, colui che entra e sconvolge l’ordinarietà dell’uomo. E il Figlio è Colui che invia i suoi discepoli affinché portino nel mondo una parola provocatrice che non lascia indifferenti, una parola scomoda, davanti alla quale occorre cambiare prospettiva.

 

Perdere

Accogliere vuol dire sempre perdere qualcosa, per questo ci fa paura. Al tempo stesso però nell’accoglienza c’è anche l’unica possibilità di vita: la mamma perde qualcosa generando il figlio, perde una parte di sé, ma solo in questo modo può vivere, può diventare madre e può permettere a un altro di trovare il suo spazio. Possiamo rileggere in questo modo l’invito di Gesù a non tenere per se stessi la propria vita. Chi è ossessionato dalla salvaguardia della propria immagine, dalla tutela del proprio futuro, dalla paura di non trovare un posto nel mondo, di fatto finisce con il perdere la propria vita, anzi non comincia mai a vivere. Rimane chiuso dentro di sé. Si comincia a vivere solo quando si è disposti a mettersi in gioco, a rischiare, sapendo di poter anche perdere. E qual è il luogo in cui si rischia di più se non nelle relazioni? Per questo si ama veramente quando si è disposti a perdere. Gesù è il più fulgido esempio di questa libertà di rischiare per amore dell’altro. Per questo può dire che si vive veramente quando si è disposti a prendere la croce, cioè il Vangelo, e a vivere seguendo la sua logica, anche quando significa sembrare dei perdenti agli occhi del mondo. Ritrovare la propria vita significa allora cominciare ad accogliere se stessi, accogliere cioè quello straniero che molte volte sono io per me stesso, quando percepisco in maniera estranea e diffidente alcune parti di me, il mio passato, la mia storia e i miei fallimenti. Cominciamo dunque da lì, e poi ci sarà dentro di noi tanto spazio per accogliere il mondo intero.

 

Leggersi dentro

- Quali sono gli aspetti di te che senti estranei e che fai fatica ad accogliere?

- Come vivi l’invito di Gesù a essere accogliente?

 

P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)