V Domenica di Quaresima - Anno A

Congregatio pro Clericis

V Domenica di Quaresima - Anno A

Gv 11,1-45

 

 

Cristo si sta preparando per la sua Pasqua e l’Evangelista sta tracciando il percorso per preparare il lettore ad affrontarla. La volta scorsa abbiamo visto il cieco nato, come il luogo dove si rivela l’opera di Dio. Oggi questo luogo è la morte. 

Per i discepoli sarà molto difficile capire il fallimento di Cristo, la sua uccisione, ma proprio lì, Lui farà vedere la verità di chi è il Figlio e di chi è il Padre; lì comprenderemo la morte come la manifestazione suprema della gloria: Cristo glorificherà il Padre ed il Padre glorificherà il Figlio, questa è la novità di Giovanni. Lì si farà vedere la comunione. 

Un primo aspetto da sottolineare è l’attesa di Cristo. Aspetta non solo per avere la certezza della morte ma perché ne rispetta il percorso. La morte deve avvenire, fa parte di questa creazione dopo il peccato ed Egli, così come non è venuto a far sì che le pietre diventino pane, allo stesso modo non è venuto a liberarci dalla morte. Noi vorremmo che qualche intervento di Dio cambiasse qualcosa del mondo, ma siamo tutti nati con la condanna e la diagnosi della nostra fine, cioè con la morte. E nessuno la cambierà, perché Cristo che avrebbe potuto farlo non l’ha fatto. 

Lui aspetta che la morte si consumi sino alla fine e faccia il suo percorso, rispettando anche i tre giorni canonici necessari per gli antichi ad attestare la morte.

Marta, mentre gli dice che se lui fosse stato lì il fratello non sarebbe morto, da un lato confessa la fede che la presenza di Cristo salva dalla morte ma, dall’altro, rivela l’incompatibilità della sua mentalità -  che è tradizionalmente religiosa -  con la fede in Cristo. Lei ancora pensa che sia possibile prolungare la vita, quella fisica, corporea. E che, tutto sommato, della resurrezione nell’ultimo giorno non sa che farsene perché di Lazzaro ha bisogno adesso, è in questa vita che lo vuole. E questa è praticamente la fede che professa ognuno di noi. La speranza che tutto vada bene per conservare il più a lungo possibile questa vita. O che la resurrezione ci riporti comunque in questa vita.

Ma è Cristo la resurrezione e la vita. Questo è il passaggio da fare: nessuno risusciterà dai morti, solo il Figlio. È il Padre che risuscita, e il Padre risusciterà solo il Figlio. Perciò nel Vangelo di Giovanni Gesù continuamente ripete: “Chi crede in me ha la vita dell’Eterno”. Non avrà ma ha è la traduzione letterale: ha la vita del Padre, cioè la vita definitiva. “Chi mangia la mia carne, chi beve il mio sangue, ha la vita eterna” (cfr. Gv 6, 54; 22, 56). Chi si affida a me anche se muore vive (cfr. Gv 11,25). “Chi ha il Figlio ha la vita” (1Gv 5,12).

Tutto il vangelo di Giovanni è pieno di questo, per far vedere che se si ha la carne ed il sangue del Figlio si ha la sua vita e questa vita non muore.

È falso dogmaticamente pensare che c’è un passaggio dalla morte alla vita. 

Il passaggio è dalla vita alla vita del Figlio. Non c’è una separazione, perciò Gesù dice: “togliete questa pietra” (Gv 11, 39), questa pietra che ha sigillato tutto non c’entra nulla. 

Il nostro vero passaggio è nel battesimo (cfr. Rm 6,4; Col 2, 12), è lì che si passa da una vita all’altra vita, da una vita qui nella carne, nel cosmo, ad una vita a modo di Dio. 

L’ultimo segno con il quale Cristo fa vedere che la morte è il luogo della rivelazione della vita nuova è dire a Lazzaro di venire fuori e a quelli che stanno intorno di scioglierlo e lasciarlo libero. Perché vive di una vita diversa, è una dimensione nuova della vita e loro invece lo hanno legato mani e piedi, gli hanno bendato il volto e gli hanno pure messo una pietra sopra. 

Allora si vede che Cristo non risuscita Lazzaro, ma lo rianima. Risurrezione significa passaggio al Padre, cioè ad una vita nuova, qualitativamente e assolutamente diversa. Questa è la risurrezione. Tanto è vero che Lazzaro, invece, torna qua e sarà sotto il dominio della morte, e qualche anno dopo le sorelle piangeranno ancora su Lazzaro perché è morto davvero. 

Ma ora, qui, questa malattia non è per la morte, ma perché si manifesti la gloria di Dio. 

 

P. Marko Ivan Rupnik