Terza Domenica di Avvento - Anno A

Congregatio pro Clericis

Terza Domenica di Avvento - Anno A

di P. Marko Ivan Rupnik S.I.

 

In questa terza domenica di avvento il Vangelo ci presenta ancora Giovanni il Battista. Domenica scorsa lo abbiamo trovato vestito secondo la più antica e nobile tradizione dei profeti, zelante, asceta che richiamava certamente l’immagine di Elia. Tanto è vero che la sua missione si compiva nel luogo dove Elia fu portato in cielo sul carro di fuoco. Giovanni il Battista con la sua predicazione indicava il peccato dell’uomo e il popolo si riconosceva peccatore e aderiva al suo battesimo. Passando il Giordano con l’acqua alla gola, il popolo riconosceva la propria incapacità di vivere secondo Dio e dunque l’urgenza della salvezza. Questo era lo scenario perfetto perché potesse apparire al popolo il Messia, un luogo della verità dell’uomo, della realtà miserabile dell’umanità.

Giovanni però ha letto la storia da profeta anche con una certa drammaticità e, quando ha visto i farisei e i sadducei, ha fatto sentire un suo discernimento sull’autenticità della vita di fede, un discernimento fatto con la scure posta alla radice, con il ventilabro e il fuoco per la pula.

Oggi troviamo questo stesso Giovanni Battista, il più grande tra i nati di donna, in prigione, certamente in difficoltà se non in una crisi personale. Lui essendo un profeta schietto, dalla parola diretta, che non guarda in faccia nessuno è finito in prigione. I suoi discepoli gli hanno certamente portato notizie su Gesù, da lui indicato come il Messia. Ciò che più frequentemente si diceva di Cristo era di essere un mangione e un beone, che mangiava con i peccatori, si invitava a cena da essi e veniva chiamato amico dei peccatori. E non solo. Invece di porre la scure alla radice lui decide di prendersi ancora un anno per zappare intorno e concimare con pazienza e misericordia.

Il popolo ricordava bene parole come  “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male” (Mc 5,34), come anche “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). L’unica durezza che potrebbe corrispondere alla predicazione di Giovanni riguardava i capi religiosi, apostrofati da lui come razza di vipere, da Cristo inquadrati come tombe imbiancate, che sembrano religiosi, ma dentro hanno veleno, cioè la morte. Portatori della morte, custodi della morte.

È evidente la difficoltà di Giovanni che facilmente poteva pensare di aver sbagliato tutto, di aver sbagliato l’uomo. Cristo come Messia appare nei vangeli così diverso e per niente un Messia che viene a giudicare, ma che viene a salvare, che viene per quelli che hanno bisogno, per i malati. La seconda sua venuta sarà la parusia, il giudizio. Ma la prima è la venuta del Messia, venuto a salvare tutti, i perduti, appesantiti e malati.

Allora si esplicita la seconda difficoltà di Giovanni. È in prigione e Cristo per identificarsi cita i passi messianici di Isaia. Tra questi ci sarebbe anche che è venuto a liberare i prigionieri. Allora Giovanni si può chiedere come mai che lui rimane in prigione. Ma Cristo rispondendo ai discepoli tralascia esattamente il passo della liberazione dei prigionieri.

Da questo possiamo tirare due conseguenze spirituali importantissime. L’immaginario sul Messia può essere un grande inganno, frutto dell’immaginazione solo umana cioè dell’uomo vecchio, di come vorrebbe essere salvato. E tale quale, come individuo passare alla vita eterna. Cristo non è il Messia secondo i desideri della nostra carne, della nostra psiche, ma secondo l’amore del Padre. Seconda conseguenza che anche per quelli che si sentono molto implicati e coinvolti nel cammino della Chiesa la salvezza non è automatica. Cioè non è la salvezza secondo le categorie di questo mondo. Ma la salvezza avviene con quel battesimo di Spirito e fuoco che avviene quando ci è donata la vita sua, la vita del Figlio per poter vivere la nostra umanità secondo Dio. L’uomo è l’unica creatura che non ha ricevuto una vita solo da Dio ma ha ricevuto una vita per un’esistenza da figlio, secondo Dio.