Nuove realtà in materia vocazionale - P. Amedeo Cencini

P Amedeo Cencini
P. Amedeo Cencini

Di per sé la pastorale vocazionale (PV) è nata ai tempi di Gesù, quando passava lungo il mare di Galilea e chiamava i primi discepoli. Dunque è nata con il primo annuncio (anche se è pieno di storie vocazionali pure il primo testamento). Ma di fatto, in termini più espliciti e sempre più ufficiali, la PV è nata solo molto recentemente nei tempi di crisi, quando ha cominciato a profilarsi, specie nei paesi di vecchia cristianità, la possibilità –percepita come uno spettro- di una contrazione numerica rilevante della vocazione presbiterale, tale da render sempre più problematico il normale servizio pastorale alla comunità credente. È nata dunque in un momento di crisi e di paura, persino di angoscia (angoscia vocazionale!). Non possiamo dimenticarlo.

Oggi, per altro, viviamo tempi del tutto particolari, in cui da un lato avvertiamo una forte esigenza di novità, spinti come siamo dal vento irruente di papa Francesco, dell’Evangelii gaudium, della Nuova Evangelizzazione; dall’altro siamo anche frenati da quella paura di cui dicevamo, e che certamente non è buona consigliera.

Ecco perché diventa importante il riferimento all’azione vocazionale di Gesù, il primo seminatore vocazionale. Ogni cammino di novità al riguardo è autentico nella misura in cui si rifà allo stile di Gesù, non lo è se è solo una PV della paura, come reazione al timore per la nostra sopravvivenza, alla cosiddetta “angoscia vocazionale presbiterale”, la quale –come ben sappiamo- produce solo angoscia, non vocazioni (ed è meglio che non le produca, sarebbero vocazioni di preti angosciati e angoscianti!).

Altro punto che fa un po’ da bussola che ci orienta in questa riflessione è il tema del prossimo Sinodo: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Che va inteso, dice la nota vaticana, come un invito alla comunità ecclesiale (forse in particolare quella presbiterale) ad “accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all'incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all'edificazione della Chiesa e della società”[1].

D’altro canto per parlare di nuove realtà in campo vocazionale si dovrebbe avere una conoscenza generale di tutto quanto sta avvenendo al riguardo in tutta la chiesa. Anche per questo la mia relazione non sarà una presentazione puntuale delle esperienze e metodologie nuove in tal senso, quanto una riflessione sulle nuove realtà vocazionali a partire dalla nuova cultura vocazionale che si sta oggi affermando nella chiesa, magari ponendola in confronto con un certo passato. C’è un principio dietro a questa opzione: la pedagogia è la concretizzazione operativa del cammino d’un certo soggetto o realtà verso la propria identità. La pedagogia vocazionale (o dell’animazione vocazionale), di conseguenza, è strettamente legata al punto d’arrivo, alla natura della vocazione in termini teologici: è quest’ultima che detta e ispira la metodologia vocazionale, eventualmente provocandola verso modalità nuove di attuazione. Le quali tanto più s’imporranno e diverranno stabili quanto più sono supportate e motivate da una originaria e autentica visione teologica. Proprio per questo tante novità in materia di animazione vocazionale (AV) sono state passeggere e non hanno lasciato alcuna traccia.

Cercherò dunque di muovermi in questa prospettiva su due fronti, teologico e pedagogico (che chiamerò “modalità d’attuazione”), proponendo alcuni segnali teorico-pratici di novità, da diversi punti di vista.

1 Teologia della pastorale vocazionale

La PV è stata sempre considerata come una pastorale molto funzionale e pratica, con scarso spessore teologico, nata –come abbiamo detto- nella stagione delle vacche magre, e mirante a un obiettivo piuttosto immediato, come l’aumento delle vocazioni al sacerdozio. Infatti nei vari uffici d’una Curia diocesana, quello della PV spesso è l’ultimo in ordine di tempo e a volte non solo a quel livello, o in alcuni casi è accorpato ad altri uffici (come quello della pastorale giovanile) o portato avanti da chi –ad es.- lavora nella formazione sacerdotale.

In realtà la PV ha una sua propria identità, e anzitutto una identità teologica, che le dà una ragion d’essere che va ben oltre lo scopo meramente funzionale e quantitativo. È quanto è emerso in modo sempre più evidente in questi ultimi anni. Abbiamo scoperto che la PV possiede una sua teologia, col suo oggetto materiale e formale, per dirla in termini tecnici; con un’immagine specifica di Dio, quale l’Eternamente Chi-amante, e corrispettiva dell’uomo, il chiamato in ogni istante, e dunque come essere ob-audiens, sempre in ascolto, poiché non esiste solo un momento vocazionale nella vita, ma ogni momento nasconde e contiene una chiamata, e proprio in questo esser chiamato da Dio l’uomo ritrova la propria dignità. Ancora, si tratta d’una teologia con un suo proprio oggetto altrettanto specifico d’indagine, come il discernimento, nel tempo, del disegno delle origini su una creatura; una teologia con la sua categoria interpretativa della Parola, quale appunto la vocazione; una teologia per la quale la vita è una chiamata, essenzialmente, fatta di tutta una serie di chiamate, dicevamo, culminante nella morte, la chiamata per eccellenza; una teologia per la quale anche le situazioni più complesse e difficili (una malattia, una sofferenza, un’ingiustizia…) contengono una chiamata e come tali vanno lette.

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[1] Papa: un Sinodo su giovani e fede, nota vaticana in commento all’indizione della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, in “Avvenire”, 7/X/2016.

 

 

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