Motivazione spirituale La misericordia e la vocazione nella Bibbia - Dott. Bruna Costacurta

Bruna Costacurta
Dott. Bruna Costacurta

«Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido […] Sono sceso per liberarlo […] Perciò va’. Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti» (Es 3,7.8.10).

Sono queste le parole che Dio rivolge a Mosè dal roveto ardente, dando così inizio a una missione di salvezza nei confronti di Israele che porterà il popolo all’alleanza e alla Terra Promessa. La vocazione di Mosè scaturisce dallo sguardo misericordioso di Dio che guarda all’oppressione del popolo e risponde inviando un liberatore. Essere chiamati da Dio vuol dire entrare in un cammino di misericordia, facendosi mediatori di quella misericordia.

Per sviluppare questa idea, articolerò la mia relazione in tre punti, evocando delle figure bibliche di “chiamati” particolarmente significative, specialmente per un cammino sacerdotale. Perciò, percorreremo prima gli eventi fondamentali della vicenda vocazionale di Mosè, il grande mediatore dell’amore salvifico di Dio nei confronti di Israele, che opera nel momento fondatore della storia della salvezza. Passeremo poi ad una figura particolare di profeta, Giona, che invece si scontra con la difficoltà di rispondere alla chiamata divina e di accettarne la misericordia, con una vocazione che gli chiede di andare oltre il suo popolo per allargare i confini della salvezza fino ai pagani, e fino al perdono dei nemici. Infine, giungeremo al compimento neotestamentario, con la definitiva manifestazione della misericordia divina nella chiamata dei Dodici, paradigma di ogni vocazione ad essere discepoli del Signore Gesù e modello privilegiato di riferimento per la missione del sacerdote nel mondo.

1. Vedere la misericordia del Signore

Nel racconto della chiamata di Mosè e della sua missione, la dimensione della misericordia svolge un ruolo assolutamente fondamentale. Tutto nasce dalla misericordia di Dio che vede la sofferenza del suo popolo e si intenerisce, non restando indifferente al grido dell’oppresso e decidendo di intervenire e di prendersi cura dei suoi eletti. Comincia così la storia di Mosè, rimandato in Egitto, da cui era fuggito impaurito dopo aver preso le difese di un fratello ebreo contro un Egiziano che lo stava maltrattando. Ed ora, obbedendo alla chiamata divina, deve ritornare nel paese della sua giovinezza, e affrontare il potere del faraone facendosi mediatore della volontà di salvezza di Dio (cfr. Es 3).

La contrapposizione al potere egiziano è dura, con tratti anche violenti: le dieci piaghe culminano nella morte dei primogeniti e il Mar Rosso inghiottirà l’esercito egiziano. Ma persino in questi casi, è la misericordia che misteriosamente guida la storia, perché anche quelle morti vanno lette all’interno d’un progetto d’amore, perché dovevano servire ad aprire il cuore degli Egiziani, a far loro capire che, contrapponendosi a Dio, stavano autodistruggendosi e scegliendo la morte, e che non c’è vita possibile se non nel riconoscere che Dio solo è il Signore della vita.

Chi accoglie la chiamata divina si mette al servizio di questa salvezza, che non è il semplice “buonismo” che ignora il male agendo come se non ci fosse o fingendo di non vederlo, ma che al contrario lo affronta in tutta la sua serietà, nella consapevolezza che il perdono e la salvezza richiedono che il peccatore riconosca il proprio male e si lasci convertire, confidando in una misericordia più grande anche del proprio peccato.

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