Cura e selezione delle vocazioni sacerdotali - S. E. Mons. Gualtiero Sigismondi

SE Gualtiero Sigismondi
S.E. Mons. Gualtiero Sigismondi

Ogni vera riforma nella Chiesa inizia sempre dal suo interno, dai presbiteri e dai consacrati, quindi passa anche attraverso i seminari. Quanto questo sia vero lo ha sottolineato Hubert Jedin in un articolo pubblicato nel 1963 su Seminarium, dal titolo L’importanza del decreto tridentino sui seminari nella vita della Chiesa. Il grande storico del Concilio di Trento osserva che “la crisi dello scisma è stata in ultima analisi la crisi della formazione sacerdotale”.  A suo giudizio, con il decreto Cum adolescentium aetas – approvato all’unanimità nella XXIII sessione, il 15 luglio 1563 –, che imponeva ad ogni diocesi l’apertura di un seminario per la cura delle vocazioni al sacerdozio ordinato, la Chiesa ha intrapreso un lungo cammino durante il quale si è trovata a dover aggiornare più volte i modelli di formazione del clero alle esigenze dei contesti in continua evoluzione. Senza fare l’anamnesi dei documenti magisteriali che, a partire dal decreto conciliare Optatam totius, offrono l’orizzonte normativo degli intendimenti e delle dinamiche formative del seminario, è opportuno fissare l’attenzione sui nodi e sugli snodi che, nelle circostanze attuali, interpellano un’istituzione, tanto venerabile quanto veneranda, bisognosa di un profondo rinnovamento e, soprattutto, di un più rigoroso discernimento nella selezione dei formatori.

Lo “spessore” dei formatori

“La qualità del Presbiterio di una Chiesa particolare dipende in buona parte da quella del seminario, e perciò dalla qualità dei responsabili della formazione”. Da questa osservazione – compiuta da Benedetto XVI, il 19 agosto 2005 a Colonia, nel discorso tenuto ai seminaristi in occasione della XX Giornata Mondiale della Gioventù – si evince che un insufficiente investimento, ancorché solo numerico, nella selezione e nel reclutamento degli educatori di un seminario costituisce una grave minaccia per la vita della Chiesa. Tra i primi compiti del vescovo vi è la responsabilità di mettere a disposizione del seminario presbiteri capaci di discernimento oculato ed esigente, impegnati a tempo pieno a realizzare l’opera d’arte dell’accompagnamento, che consiste, come afferma Papa Francesco al n° 169 dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, nel “togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro” (cf. Es 3,5) per custodire e far crescere le vocazioni, le quali “sono un diamante grezzo da lavorare con cura, perché brillino in mezzo al popolo di Dio”. L’arte dell’accompagnamento, che non tollera né il paternalismo né il permessivismo, è un lavoro artigianale, sinodale, che è frutto di competenza, di pazienza, di trasparenza, oltre che di grande fiducia nell’opera della grazia: unica autorità ammessa è quella della testimonianza e unico approccio possibile è quello del camminare a fianco.

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