Convegno 50° anniversario della Optatam Totius e della Presbyterorum Ordinis

«Vocazioni, dono per la Chiesa e per la salvezza del mondo», S.E. Mons Jorge C. Patrón Wong

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S.E. Mons Jorge C. Patrón Wong

Visitando la Congregazione per il Clero – il 24 maggio scorso – Papa Francesco ha voluto offrirci la sua idea circa la riforma della Chiesa: “Si parla tanto della riforma della Curia – ha iniziato a dire il Santo Padre – E come si fa questa riforma, con gli organigrammi?...Questa è una cosa più piccola e secondaria, la riforma della Chiesa incomincia dal cuore…: per la riforma della Chiesa si deve lavorare con i preti; secondo passo: i preti, i sacerdoti!

Ho inteso richiamare queste parole perché, questa mattina, stiamo rileggendo le intuizioni del Concilio Vaticano II sulle vocazioni al sacerdozio e sull’identità presbiterale, in particolare la Optatam totius; questo Decreto inizia proprio nella prospettiva ripresa da Papa Francesco: “l'auspicato rinnovamento di tutta la Chiesa dipende in gran parte dal ministero sacerdotale animato dallo Spirito di Cristo”.

E’ per questo che il Concilio sottolineò molto l’importanza della formazione sacerdotale. Anche oggi è necessario chiederci “quale prete vogliamo e come il prete possa somigliare a Cristo Buon pastore e, perciò, non possiamo evitare di soffermarci a riflettere sul processo della formazione. Non esistono formule precostituite ma, al contrario, “il prete che sono” dipende dall’incontro tra la mia umanità – la mia storia, le mie qualità e fragilità – e l’azione formativa che, sotto la luce dello Spirito Santo, plasma modella e forma la mia vita, configurandola a Cristo.

La formazione è un processo ecclesiale che inizia aiutando le persone a fare un discernimento, perché si aprano alla voce di Dio, e a maturare con libertà il progetto di vita, trovando in esso il fondamento di una gioia autentica. Tutta la comunità cristiana, dunque, è chiamata a essere il luogo del discernimento, a “uscire” da se stessa – come ci esorta Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium – superando l’eccessiva concentrazione sulle proprie comodità e sicurezze per diventare, invece, una comunità evangelizzatrice che “accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. (EG, n. 24).

Come accompagnare le vocazioni sacerdotali? Vorrei fare riferimento a due aspetti: il prete come figura-chiave della vocazione e le sfide formative di oggi.

I  Il prete come figura-chiave del processo formativo

Quando guardiamo una vocazione sacerdotale, ci accorgiamo subito che l’accompagnamento, il discernimento, l’orientamento per la sequela avviene sempre attraverso una figura sacerdotale. Il prete è una figura-chiave, all’interno della comunità, per altre vocazioni alla vita sacerdotale. Ogni sacerdote riconosce all’origine della propria vocazione la figura di un altro sacerdote – un parroco, un direttore spirituale, un animatore – dal quale è rimasto edificato, che lo ha ascoltati e seguiti o, magari, che gli ha offerto, con libertà e delicatezza, la sua amicizia.

Il sacerdote è preso tra gli uomini in favore degli uomini stessi, scrive la Presbyterorum Ordinis (PO, n. 3). E’ questo il primo servizio che si offre alle vocazioni sacerdotali: essere un fratello in mezzo agli altri. Nella storia di ogni sacerdote sono presenti le memorie di questi fratelli preti che, nella prima esperienza comunitaria a servizio della Chiesa, hanno donato il proprio cuore per la vita di ciascuno dei fratelli.

Ascoltando tanti racconti di vocazioni sacerdotali, sono convinto che esse, almeno nel loro fondamento iniziale, non dipendono tanto dalle proposizioni teologiche o di altissima spiritualità, tantomeno da capacità umane o efficacia delle strutture ecclesiali; queste cose possono aiutare, orientare, ispirare ma, in realtà, la risposta alla chiamata viene consolidata e prende forma soprattutto grazie alla mediazione di qualcuno –in particolare dei pastori – che sostiene la precarietà della debolezza umana per favorire un’ azione più profonda della Grazia di Dio.

La testimonianza autentica di un altro sacerdote, la fedeltà alla sua vocazione, lo zelo apostolico con cui porta avanti, pur tra le fatiche, la sua missione, possono far intravedere che è bello lasciare tutto per seguire il Signore. Così, ogni sacerdote può diventare, con la sua vita sacerdotale radicata nella provvidenza e nella fede, una “eloquente voce del Signore” che parla, incoraggia, chiama alla sequela. Perciò, il primo discernimento di un giovane che sente la chiamata del Signore al sacerdozio deve proporre un’esperienza e una condivisione di vita. Quando un giovane che si sente chiamato è ascoltato, accompagnato, consigliato, e può condividere il vissuto quotidiano della fede di un sacerdote, allora la sua scelta può rischiararsi e maturare.

Si tratta di condividere piccole cose concrete: la propria storia vocazionale e il modo in cui il Signore accompagna anche dopo la consacrazione; il racconto degli anni di Seminario, corredato di piccoli aneddoti capaci ancora di comunicare molte cose;  il ministero pastorale della visita agli ammalati, ai carcerati, ai poveri e alle situazioni di periferia; la preghiera della Liturgia delle Ore, la sana convivenza con altri sacerdoti in un clima di fraternità; e, ancora, condividere i progetti pastorali, le preoccupazioni per i bisogni e le sofferenze del popolo, la ricerca di risposte pratiche e critiche ispirate al Vangelo, ecc. 

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