Convegno 50° anniversario della Optatam Totius e della Presbyterorum Ordinis

«Preti per una “Chiesa in uscita”: la figura del presbitero dal Concilio a Papa Francesco», Em.mo Sig. Card. Crescenzio Sepe

Sepe
S.Em. il Sig. Card. Crescenzio Sepe

In questi anni, dal Concilio ad oggi, la vita della Chiesa ha subito notevoli trasformazioni. Sono cambiati i contesti, le aspettative, finanche le modalità d’intendere la sua funzione nel mondo contemporaneo. Di conseguenza, anche la figura del prete ne è rimasta sensibilmente coinvolta. Fino a qualche tempo fa si aveva la sensazione che l’istituzione ecclesiale avesse gli strumenti per gestire e controllare i mutamenti in atto. Oggi in molti si rendono conto che i profili e i contenuti del cambiamento sono più consistenti di quanto sospettato e quindi anche meno governabili del previsto.

In realtà, a fronte di trasformazioni generali molto rilevanti, la figura del prete appare a prima vista dotata ancora di una discreta capacità di tenuta. Nella nostra società, pur descritta come secolarizzata e per lo più refrattaria ai richiami religiosi, il prete continua a mantenere un posto di rilievo. Egli costituisce per molti una figura di tutto rispetto, il riferimento personale e istituzionale per realizzare esperienze di fede e di solidarietà umana, vissute come vere, autentiche e ricche di contenuti 1.

I preti - dal canto loro - mostrano di avere sempre chiaro il profilo della loro identità presbiterale, si occupano della dimensione religiosa della propria gente, convinti in sostanza che il modello di Chiesa che li ha generati possa proseguire in avvenire senza grossi sussulti. Persiste in larga parte nella nostra cultura l’immagine tradizionale del prete come “maestro della parola, ministro dei sacramenti, guida della comunità”2. Tuttavia si avvertono i sintomi di una trasformazione in atto, indotta da una concezione meno istituzionale e più carismatica della funzione del prete. Si registrano gli effetti dell’affermarsi di una tipologia di presbiteri meno soddisfatti d’ interpretare il ruolo classico della tradizionale “cura animarum” e maggiormente proiettati a vivere il loro ministero come occasione di relazioni, condivisione, partecipazione, inserimento nel tessuto sociale del popolo nel suo insieme, al fine di sostenerlo nelle difficoltà e accompagnarlo nel suo cammino3.

Mi sono soffermato su alcuni aspetti della vita del presbitero che sento come più significativi da un punto di vista spirituale e pastorale e sui quali vorrei dare, come vescovo, un mio contributo. Mutamento di paradigma teologico: la Chiesa “ospedale da campo”.

Se vogliamo cogliere il senso e la portata dei cambiamenti in atto della figura del prete, non possiamo non tener conto di un elemento fondamentale: la variazione paradigmatica nel modo di sentire la Chiesa, avvenuta in questi anni. Le immagini alle quali ci avevano abituato l’ecclesiologia e in particolare i documenti del Vaticano II       erano: “corpo di Cristo”, “popolo di Dio”, “tempio dello Spirito”. Immagini bibliche, ricche di significato teologico, di intense suggestioni spirituali. Esse offrivano un’idea maestosa di Chiesa, richiamavano una realtà che si definiva in riferimento a Cristo come il suo corpo, a Dio come il suo popolo e allo Spirito come il suo tempio, il luogo dove ama abitare.

Erano gli anni del Concilio: anni caratterizzati da grande entusiasmo, da un senso di profondo ottimismo antropologico e teologico. Le grandi utopie erano ancora rigogliose. Si guardava al mondo e alla storia con una buona dose di fiducia. La comunità ecclesiale - guidata da profetici pastori - si rapportava in maniera nuova al mondo moderno, senza condannarlo, ma offrendo a tutti la sua testimonianza e il suo servizio4. Si affermava un’immagine di Chiesa ministeriale e missionaria che suggeriva un analogo profilo del presbitero5.

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1 F. GARELLI (a cura di), Sfide per la Chiesa del nuovo secolo. Indagine sul clero in Italia, Il Mulino, Bologna 2003.

2 Cfr. CONGREGAZIONE PER IL CLERO (a cura di), Il presbitero, maestro della parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità in vista del terzo millennio cristiano, 1 gennaio 1999. Cfr. anche

G. CAZORA RUSSO, Essere sacerdote in un mondo che cambia. Inchiesta nella diocesi di Roma su «11 presbitero di fronte alla Chiesa di Dio>>, Franco Angeli, Milano 1994.

3 Cfr. V. FORMENTI - E. NENNA, Le caratteristiche statiche e dinamiche dei sacerdoti nelle diverse realtà ecclesiali: un'analisi degli ultimi venticinque anni, in «Sacrum Ministerium>>, 1 1998 62-144.

Si tratta di un’analisi statistica della distribuzione dei preti nelle varie aree del pianeta e delle loro peculiari caratteristiche a seconda del diverso contesto socio-culturale. Cfr. anche II ministero ordinato. Nodi teologici e prassi ecclesiali. Atti dell’XI corso di aggiornamento per docenti di teologia dogmatica (Roma, 27-29 dicembre, 2000), a cura di M. Qualizza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004.

4 Ritroviamo questa forte carica di ottimismo in diversi documenti. Si veda tra l’altro l’inizio della Dichiarazione sulla libertà religiosa: «Nell’età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive».

5 Cfr. R. LA DELFA, «Il ministero presbiterale nei documenti del Magistero dopo il Vaticano II», in P. SORCI (ed.), Il Presbitero nella Chiesa dopo il Vaticano //, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2005 127-144.

 

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