Convegno 50° anniversario della Optatam Totius e della Presbyterorum Ordinis

«Nell’amore di Cristo come segni profetici del Regno. I presbiteri e i consigli evangelici», S.E. Mons. Francesco Lambiasi

Lambiasi
S.E. Mons. Francesco Lambiasi

Tutta questione d'amore. Amore è la prima parola che brilla nel titolo del tema che mi è stato affidato. E l'amore è solo e tutto ciò che il Cristo risorto domanda a Pietro sulle rive del lago di Tiberiade, prima di affidargli il servizio di pascere il suo gregge. Niente di più, niente di meno che l’amore, o almeno l’affetto, l’amicizia. Gesù non dice però a Pietro: "Tu ami il mio gregge? Allora pascilo!"; ma: "Tu mi vuoi bene? Allora pasci il mio gregge". Il ministero presbiterale è "amoris officium"[i]. Tutta l'esistenza sacerdotale è una vita di amore, vissuta "con tutto lo slancio di uno sposo verso la sposa", la Chiesa[ii].

1.Il presbitero, uomo della carità pastorale nel presbiterio

1.1. Alla sequela di Cristo Pastore e Sposo della Chiesa

            In Vera e falsa riforma per la Chiesa Y. Congar indicava la riforma per via di santità come la prima, insostituibile via per una vera, efficace riforma della Chiesa, e additava Francesco d'Assisi come il modello più alto di questa riforma. Alla santità i presbiteri sono chiamati - "nel modo loro proprio" (PO 13) - non solo in quanto battezzati, ma anche e specificamente in quanto presbiteri, ossia a un titolo nuovo e con modalità originali, derivanti dal sacramento dell'ordine. La via aperta dal Signore a chi viene chiamato a vivere come gli apostoli non è una via superiore o estranea a quella di tutti gli altri battezzati. E' semplicemente diversa, in riferimento alle caratteristiche specifiche della vocazione che il Vangelo rivolge a tutti i discepoli di Cristo. Per questo i presbiteri non costituiscono una categoria di cristiani 'super' né peraltro devono sentirsi costretti a mutuare da altre spiritualità e da altre forme di vita cristiana, laicale o religiosa, mezzi e modelli sostanzialmente estranei a chi, come loro, è stato chiamato ad abbracciare la specifica radicalità evangelica della vita 'apostolica'.

            "Il principio interiore, la virtù che anima e guida la vita spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo Capo e Pastore è la carità pastorale, partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo: dono gratuito dello Spirito Santo e nello stesso tempo compito e appello alla risposta libera e responsabile del presbitero" (PdV 23). E’ appunto la carità pastorale che costituisce per i presbiteri la modalità peculiare di vivere la radicalità evangelica nell'obbedienza, nella povertà e nella castità del celibato.

            E' da riprendere l'idea di carità pastorale come "partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo". "Carità pastorale" non dice prima di tutto l'amore del presbitero-pastore verso il gregge, e neppure l'amore del presbitero-pastore verso Cristo Pastore. Dice innanzitutto l'amore di Cristo Pastore, nel cuore del presbitero-pastore, verso il gregge che gli è affidato. Infatti l'origine permanente del nostro amore per il Signore è il suo amore per noi, come ci testimonia il discepolo prediletto, che ha contemplato il Trafitto. Alla terza domanda di Cristo, che, dopo aver richiesto a Pietro per ben due volte l’amore assoluto e totale (“mi ami”?), è ormai "sceso" al livello di Simone e si è adeguato al suo verbo ("mi vuoi bene?"), Pietro risponde: "Signore, tu sai che ti voglio bene" (Gv 21,17). Come a dire: "Tu sai che il mio volerti bene non è capacità mia, ma dono tuo". Infatti, "all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva", scriveva papa Benedetto XVI nella sua enciclica, Deus caritas est (n. 1).

            La configurazione del presbitero a Cristo sposo della Chiesa richiama il simbolismo nuziale, che, come un filo d’oro, attraversa tutta la sacra Scrittura, dalla Genesi all’Apocalisse. Nell’Antico Testamento lo sposo è Dio, la sposa è Israele; nel Nuovo Testamento lo sposo è Cristo, la sposa è la Chiesa. Nell'uno e nell'altro caso, la prima delle sette note dell'amore sponsale di Dio-Cristo per Israele-Chiesa – misericordia, fedeltà, tenerezza, fortezza, esigenza, efficacia - è la gratuità. E' la nota fondamentale, nel senso preciso che sta a fondamento di tutte le altre. Lo Sposo divino non ama la Sposa perché è amabile, ma la rende amabile perché la ama. In Dt 7,7-9 è scritto che Dio si è "legato" (verbo coniugale! cfr Dt 21,11) a Israele e lo ha scelto non perché sia più numeroso, più potente, più importante degli altri popoli, ma "perché il Signore vi ama". L'amore Dio è grazia in tutto e per tutto: non c'è nulla dietro di lui che ne determini il nascere; nulla davanti a lui che ne solleciti l'iniziativa. Né un perché causale che lo produca, né un perché finale che lo attragga. Ciò che viene prima è sempre l'amore divino per l'uomo, e non l'amore umano per Dio. "Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi. Noi amiamo (Dio e i fratelli) perché egli ci ha amati per primo" (1Gv 4,10.13). Non c’è spazio per alcun sospetto di ‘orizzontalismo’. L’amore cristiano è ‘verticale’, ma di un verticalismo discendente, capovolto: non più l’uomo che deve salire in alto per inchinarsi ai piedi di Dio (ascesi della ‘trascendenza’), ma un Dio che si abbassa fino a lavare i piedi dell’uomo (mistica della ‘condiscendenza’ o synkatabasis)[iii]. E’ la sorprendente novità dell’incarnazione: non una lontanissima, irraggiungibile divinità, ma l’impensabile vicinanza di un Dio che si fa uomo. Non più l’uomo che muore per Dio, ma Dio che muore per l’uomo. Pertanto il presbitero sarà un povero cristiano, e come tale non potrà presumere di essere un gigante dell'ascetismo, ma si farà umile mendicante dell'amore.

...

 

[i]  S. AGOSTINO, In Ioh. Ev. 123,5.

[ii] 2. S. GIOVANNI PAOLO II, Insegnamenti, III,2 (1980), 1055.

[iii] Cfr Dei Verbum,  13, nota 27.

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