Ringrazio il sig. Cardinale Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione per il Clero, che mi ha invitato a tenere questa relazione in un contesto così alto e qualificato e in un’occasione così significativa come la celebrazione dei cinquant’anni del decreto conciliare Presbyterorum Ordinis. L’invito mi giunse in tempi “non sospetti”, ben prima del 3 giugno scorso, giorno in cui sono stato nominato arcivescovo di Modena-Nonantola. Avevo già accettato con piacere, appartenendo con gioia a quel “presbiterorum ordo” del quale avrei dovuto parlare. Anzi, appartenendo al “parochorum coetus”, nel quale mi trovavo benissimo: come ebbi modo di dire a papa Francesco lo scorso 29 giugno in occasione della consegna del pallio, “ero un parroco felice”. Nella stessa occasione il Card. Stella, incontrato in San Pietro, mi rinnovò l’invito e, nonostante l’imminente congedo dal “presbyterorum ordo”, rinnovai di nuovo a mia volta la disponibilità.
Nella consapevolezza che l’argomento è molto vasto, procedo in tre passaggi successivi: delineando in primo luogo la genesi del decreto, individuandone poi tre grandi nuclei tematici ed offrendo infine alcuni spunti sulla sua attualità.
1. Genesi del documento
All’apertura dei lavori conciliari non era previsto alcun documento specifico sui presbiteri. L’unico passaggio di un certo rilievo ad essi riservato si trovava al n. 12 dello Schema De Ecclesia, preparato prima del Concilio, dove in dieci righe veniva riassunta una dottrina ritenuta assodata: i presbiteri, sebbene non posseggano l’apice del pontificato proprio dei vescovi, tuttavia in forza dell’ordinazione sono veri sacerdoti; offrendo il sacrificio della Messa e amministrando i sacramenti agiscono anch’essi “in persona Christi”; posti in aiuto dei vescovi, dai quali vengono ordinati, ricevono dal papa o dai vescovi la giurisdizione (cf. AS I, IV, 23).
Sia nelle discussioni in aula (1-7 dicembre 1962), sia nelle osservazioni scritte inviate nei mesi successivi, i padri rilevarono quasi unanimemente la povertà di quelle poche righe, e chiesero un approfondimento ed un ampliamento della trattazione sui presbiteri: parecchi espressero il parere che il Vaticano II avesse l’intenzione di dire molto e bene dei vescovi, ma poco dei presbiteri; e che nel ministero dei primi venisse evidenziata giustamente la dimensione missionaria, mentre i secondi rimanevano racchiusi nell’abilitazione al culto.
Le critiche portarono ad un nuovo paragrafo, sempre dentro allo Schema De Ecclesia (ma diventato ora il n. 15), elaborato nel marzo 1963. Non possiamo però seguirne ulteriormente la storia, perché ci porterebbe diritti a LG 28, e non a PO: era tuttavia necessario accennarvi, in quanto nelle prime due sessioni del Vaticano II – non avendo ancora deciso di elaborare un documento a parte – gli unici interventi concernenti il presbiterato furono quelli relativi a questo schema.
Mentre maturava la LG, diveniva sempre più evidente ai padri conciliari come la rinnovata dottrina sulla Chiesa e sull’episcopato non potesse non riflettersi anche sul presbiterato. Il modello cultuale di sacerdote, plasmato specialmente nel secondo millennio, si trovava quasi “schiacciato” tra due ali missionarie che il Vaticano II stava riscoprendo: la dimensione missionaria della Chiesa intera, con la rivalutazione del laicato, e la dimensione missionaria dell’episcopato, con la sottolineatura della sacramentalità e collegialità, che sottraeva il ministero dei vescovi a quella funzione prevalentemente amministrativa e burocratica alla quale sembrava relegato da secoli. Il presbiterato così, essendo inquadrato unicamente nei termini del culto, rischiava di apparire un elemento statico rispetto a questo contesto ecclesiologico dinamico. Fu questo il motivo fondamentale per cui, nello stesso marzo 1963 in cui compariva la seconda stesura del De Ecclesia, si decise di svilupparne il paragrafo sui presbiteri in un vero e proprio testo a parte, di lì a poco identificato come decreto.
Nei due anni di elaborazione conciliare, il decreto attraversò sette stesure prima di raggiungere la sua forma definitiva (cf. Schema decreti De clericis: AS III, IV ,825-845; Schema propositionum De sacerdotibus: AS III, IV, 846-849; Schema propositionum De vita et ministerio sacerdotali: AS III, IV, 227-229; Schema Decreti de ministerio et vita presbyterorum: AS IV, IV, 833-863; IV, IV, 336-375; IV, VI, 345-388; IV, VII, 107-190). Gli interventi, tesi a criticare e migliorare la trattazione furono molto numerosi: da una loro lettura e dal confronto sinottico delle diverse redazioni del decreto, si evince facilmente l’esistenza di una triplice ottica tra i padri conciliari, i cui tratti si erano già manifestati in occasione della discussione sui presbiteri nell’elaborazione del De Ecclesia. Alcuni vescovi africani e asiatici chiedevano insistentemente di allargare la visione cultuale tridentina tenendo conto dell’importanza che ha il ministero dell’annuncio, come primo passo per la diffusione del Vangelo; ad essi si univano poi anche alcuni vescovi della Francia che già da un ventennio era cosciente di essere un “paese di missione”. Altri vescovi, specie del Sud Europa, rammentavano però che la dottrina di Trento non si deve contraddire o superare, ma al massimo integrare, e chiedevano che per nessun motivo si mettesse in disparte la visione cultuale. Altri padri conciliari di diverse parti del mondo, specialmente di area italiana e tedesca, chiedevano che anche il modello fino ad allora piuttosto trascurato, quello pastorale, venisse integrato negli elementi essenziali del ministero ordinato. Si delineava in tal modo la griglia dei tria munera, che – come dirò tra poco – venne assunta dal Vaticano II. Il problema era che all’inizio, però, i tre compiti non venivano intesi come tre aspetti dell’unico ministero presbiterale, ma – potremmo dire – come tre concezioni diverse di tale ministero.
Il lavoro dei redattori sfociò in un testo ricco, che cercò per quanto possibile di accogliere queste diverse ottiche, senza limitarsi ad affiancarle e giustapporle, ma cercando di integrarle e fonderle. Il risultato dei lavori conciliari, ossia il decreto Presbyterorum Ordinis, si può apprezzare da almeno tre prospettive, che ne fanno risaltare ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, la grande attualità e forse l’ancora incompiuta recezione.
