1- La formazione presbiterale oggi: sensazione d’incompletezza
Partiamo da uno sguardo generale. Senza pretendere di analizzare in modo esaustivo la situazione odierna (cosa impossibile perché i contesti sono diversi), vorrei sottolineare in particolare un aspetto che ha molto a che vedere con il nostro argomento. La sensazione è d’una formazione in qualche modo incompleta e incompiuta, che non arriva al cuore (in senso biblico e pure psicologico), solo esteriore e comportamentale, o molto spirituale o intellettuale, che istruisce e attrezza il funzionario del culto, ma non sempre riesce a toccarne e convertirne la sensibilità, o che comunque lascia che qualcosa d’importante dell’umanità del candidato non sia minimamente toccato e raggiunto dal processo formativo. Non è così raro che qualcuno arrivi al presbiterato, dopo aver trascorso tutto il curriculo formativo e aver superato felicemente esami di vario genere, non solo scolastici, e venga infine promosso-ammesso in forza d’una constatata capacità di esercitare i vari compiti connessi con il ministero presbiterale. Ma se uno guarda dentro al suo mondo interiore, dentro al suo cuore, e non si ferma all’apparenza corretta esteriore, scopre che il cuore non è stato granché toccato dalla formazione, la sensibilità (attrazioni, desideri, criteri di giudizio e di scelta…) è ancora quella di prima, umana, poco evangelizzata, forse pagana. L’evento degli scandali e abusi sessuali, la cui portata siamo ancora ben lontani dall’aver compreso nelle sue radici e nel suo significato, non sta forse a dire anche questo?
È come se la formazione si fosse fermata al versante esteriore; dunque una FPr incompleta-incompiuta.
Altro problema relativo al discernimento. Si ha l’impressione che, a causa dell’angoscia pastorale dettata dalla mancanza di presbiteri, il discernimento non sia sempre abbastanza oculato e giustamente esigente, con il rischio di ordinare troppo facilmente candidati che non hanno una postura di saldezza, una capacità di discernimento, una maturità umana…, e altri doni essenziali per essere pastori nel popolo di Dio[1].
Al tempo stesso vi sono dei fattori di novità se consideriamo questi 50 anni che ci separano dal Concilio. Farò riferimento solo a quelli che sono più legati alla dinamica del formare e alla figura del formatore.
1.1- Sul piano del modello formativo
a) Senso (come obiettivo e contenuto) della FPr oggi:
Oggi, anche a partire dalla constatazione appena vista, si tende sempre più a intendere la FPr come un processo di con-formazione ai sentimenti-sensibilità di Cristo (cf Fil 2,5), qualcosa che mira a toccare il cuore[2] processo che va in profondità, che non si ferma alla superficie, banale e al limite “farisaica”. Il “luogo” della FPr è dunque il mondo interiore della persona, quel mondo che in occasione di crisi, molte volte, si scopre che non era stato minimamente toccato dalla formazione iniziale nei lunghi anni di preparazione.
Questo chiarimento sull’obiettivo finale chiede non solo una maggior attenzione alla dimensione umana e psicologica, con la strumentazione tipica dell’indagine sull’umano, ma chiede soprattutto un maggior dialogo tra dimensione spirituale e antropologica e una più sistematica integrazione tra tensione verticale e orizzontale, tra altezza e profondità[3].
Se obiettivo è avere la sensibilità del Bel Pastore, ne derivano tre conseguenze: la FPr
- è un fenomeno in sé relazionale, poiché consiste in una relazione quanto mai intensa visto che porta alla conformazione alla sensibilità di Gesù;
- è relazionale anche dal punto di vista metodologico, del “come” avviene, ovvero avviene attraverso una relazione umana, mediazione di quella col Padre (il vero formatore, che plasma nel giovane il cuore del Figlio per la potenza dello SPirito),
- e mira a formare un uomo capace di relazione (sempre a immagine del Figlio), un pastore “con l’odore delle pecore”, che cresce nella relazione e attraverso essa, nella relazione coi suoi fratelli presbiteri.
1.2- Sul piano del contesto ecclesiale
a) Maggior attenzione alla formazione dell’evangelizzatore
È soprattutto l’insistenza di papa Francesco a orientarci in questa direzione, a non pensare la formazione in funzione della perfezione privata del candidato, ma del suo servizio come annunciatore del Vangelo a un mondo di cui egli deve sentirsi parte (“cittadino del mondo”), un mondo che egli ama e ha in simpatia, cui impara a esser aperto, e della cui salvezza deve assumersi la responsabilità, gioviale e felice dell’Evangelii Gaudium, ovvero felice di seminare e poi seminare senza pretendere di raccogliere (o far proseliti). Tale giovane va dunque formato al dialogo, alla capacità di tradurre il vangelo in lingua e dialetto locali, alla libertà rispettosa che non conosce alcuna presunzione o atteggiamenti di superiorità verso nessuno, ad avere semmai un cuore compassionevole e tenero, libero dallo spirito mondano e da sogni di grandezza.
b) In una chiesa che ha messo al centro il povero
Parliamo sempre della chiesa di papa Francesco, per la quale “l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”[4]. “Chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio”[5], specie se è un prossimo che soffre. D’altra parte, non si tratta solo di manifestare simpatia e solidarietà verso i poveri, ma d’imparare a lasciarsi da loro evangelizzare. Ancora Francesco: “i poveri hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro”[6].
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[1] E.Bianchi, Parresia di un monaco, intervista a e.Bianchi in “Settimana” 36(2015), 8.
[2] “Sennò "formiamo dei piccoli mostri. E poi questi piccoli mostri formano il popolo di Dio. Questo mi fa venire davvero la pelle d'oca", direbbe papa Francesco, “Svegliate il mondo. Colloquio di Papa Francesco con i Superiori Generali”, in La Civiltà Cattolica, 3925(2013), 11.
[3] Cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti per l'utilizzo delle competenze psicologiche nell'ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, Roma 2008.
[4] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 198.
[5] Ibidem, 272.
[6] Ibidem, 198.
