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Il discorso su “come si tiene un’omelia”, che il Cardinale Bergoglio pronunciò nel 2005

PapaBergoglio

Il 1° marzo 2005, il Cardinale Arcivescovo di Buenos Aires intervenne all’Assemblea Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, con una riflessione dedicata all’ars celebrandi. Il testo del discorso – intitolato “Poco e bene. Come si tiene un’omelia” – è stato distribuito al clero della diocesi di Roma, come base di riflessione per l’incontro con Papa Francesco, svoltosi nella giovedì 19 febbraio nell’Aula Paolo VI.

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Poco e bene. Come si tiene un’omelia – J.M. Bergoglio

Nella Chiesa odierna molti vescovi, sacerdoti e laici sentono l’esigenza che sia data una maggiore attenzione all’aspetto per così dire contemplativo della celebrazione liturgica, cioè a quella dimensione di interiorità che aprirebbe la mente e il cuore al mistero celebrato, che è Cristo nostra Pasqua. Questa sensibilità si esprime in diverse maniere secondo le circostanze, i luoghi, le generazioni e i gusti. C’è chi sostiene che bisognerebbe insistere sul ripristino di una celebrazione realizzata secondo il modello ideale dei secoli addietro; e chi parla, invece, di inculturazione della liturgia nei differenti contesti sociali. Non pochi puntano sulla qualità artistica dell’interno delle nostre chiese, sull’armonia architettonica, sui materiali pregiati, sull’ingegno di scultori e pittori. Si punta soprattutto su una musica che porti i partecipanti «in alto», al di là dei sentimenti passeggeri dell’individuo, al di sopra delle solite difficoltà e preoccupazioni della vita quotidiana. Qualcuno poi immagina che una musica «popolare» potrebbe essere in grado di attirare l’attenzione dei giovani, così da favorire in loro il desiderio religioso. Poi la percezione di una meta non raggiunta spinge da molti altri che si spazientiscono con l’inquadratura dei libri liturgici o con la stessa tradizione della Chiesa. Di conseguenza, cercano nelle innovazioni libere un miglioramento della celebrazione, un maggiore coinvolgimento del popolo.

Davanti a queste e a tante altre proposte, si può certamente argomentare a partire da un senso più vivo dell’ex opere operato, ossia a partire dall’efficacia della celebrazione dei sacramenti, che sgorga dal fatto che sono stati istituiti da parte del Salvatore e che emanano come dalla sua gloriosa e salvifica passione. In qualche modo, questo è simboleggiato nel flusso di acqua e sangue dal costato di Gesù Cristo per noi crocifisso. È davvero importante tener conto di questa visione dell’immancabile efficacia «universale» dei sacramenti, quando si tratta di celebrazioni in mezzo alla povertà della gente, in circostanze umili, lontano dal fasto, nella persecuzione e nella clandestinità, dove si celebra con il pusillus grex. Pur tuttavia, nelle circostanze normali, nelle nostre parrocchie di città e di campagna, durante la domenica e i giorni di festa, ribadire certamente l’efficacia dell’ex opere operato non basta per assicurare un vero coinvolgimento delle persone. Allora, si torna alle proposte di prima: l’abbellimento dello spazio celebrativo e degli addobbi, con vasi, paramenti, musica in grado di attirare l’attenzione del popolo e di suggerire una certa «ricchezza» dell’esperienza religiosa. Ci sarebbe senz’altro molto da guadagnare da una più oculata meditazione e applicazione delle sane norme che, da oltre una generazione, si trovano negli stessi libri liturgici e dei documenti della Santa Sede su questi e altri argomenti del genere. Ma ciò rischia di toccare solo superficialmente la realtà umana e di sfiorare ancor meno la realtà della fede.

Ricuperare lo “stupore”. Donde il discorso dell’interiorità e l’impressione che nonostante tutti gli sforzi, anche generosi e ben intenzionati, di questi anni a favore di una celebrazione liturgica più bella, comprensibile e coinvolgente, ci è spesso mancata nella prassi qualcosa di molto importante. Lo stesso Santo Padre ha colto questo sentore, indirizzandosi di recente in varie occasioni al bisogno di ricuperare il senso di «stupore» del cristiano nei confronti del mistero di salvezza in Cristo e, in particolare, nei confronti dell’Eucaristia (cf. Ecclesia de Eucharistia, n. 6). Ma lo dice anche la gente semplice, le madri di famiglia e i giovani. Anche l’interiorità, infatti, corre il pericolo di rimanere al livello di una vuota soggettività, se non si solleva fermamente il discorso del mistero cristiano. Ricuperare lo «stupore» davanti al mistero. Come raggiungere questo scopo? Un concetto di cui si parla in vari ambienti ormai da anni è l’ars celebrandi. La nozione esatta rimane da definire. Ma in genere l’idea è di un documento, delle linee-guida, capaci di mettere in rilievo la necessità di impostare certi elementi della celebrazione liturgica, in modo da aumentarne la qualità. Nell’ultimo decennio, si è data molta enfasi nei documenti pontifici alla responsabilità del Vescovo, anche in materia liturgica. È giusto così. Però, nella prassi, dal punto di vista del popolo, è il sacerdote ad essere il punto di riferimento essenziale. Perciò, nell’ars celebrandi, penso che si debba trattare quanto riguarda soprattutto il sacerdote. Ciò non significa che il documento debba essere un testo solo per sacerdoti. Infatti, se si riesce a definire l’atteggiamento del sacerdote, tale riflessione aiuterà anche il popolo. Lo aiuterà a vedere in lui quanto deve vedere, e ad approfondire il proprio ruolo complementare; ma soprattutto ne favorirà la preghiera.

Nel contesto della campagna che la Chiesa ha messo in atto per un’attenzione rinnovata al mistero eucaristico e, in ogni caso, in vista di una semplicità e linearità di espressione, limiterei l’ars celebrandi alla celebrazione dell’Eucaristia, e quella pubblica, soprattutto parrocchiale.

Uno stile mirato. Auspicherei un documento limpido e chiaro dal punto di vista espressivo, con un’impronta anche biblica e dei testi liturgici; un testo di meditazione, piuttosto che un trattato di teologia; esortativo o, meglio, capace di offrire motivazioni, piuttosto che giuridico o rubricale. Dovrebbe, però, distinguersi da un’esposizione generica sulla spiritualità sacerdotale, così da essere nondimeno un testo pratico, che consideri la celebrazione dell’Eucaristia e, in particolare, i diversi aspetti di ciò che deve compiere il sacerdote. Anzitutto, il sacerdote celebrante deve essere consapevole del mandato ricevuto nell’ordinazione sacerdotale: agnosce quod agis, imitare quod tractas. Che colga per primo il senso del mistero, per poi comunicarlo alla comunità cristiana, così che essa si conformi alla grandezza del mistero. Ciò richiede una fede viva, nutrita, e un saldo spirito di preghiera. Per il resto, non occorre un cerimoniale, ma comunque si deve trattare anche degli aspetti esteriori della celebrazione, per quanto concerne il sacerdote. Sono convinto che si potrebbe parlare non solo della preparazione, ma anche della cura dei gesti, dell’atteggiamento del corpo, della dignità, di quella leadership umile ma incisiva che consiste nel lasciare intuire al popolo che ama un uomo che sa pregare la liturgia, che sa rivestirsi non solo dei paramenti tradizionali, ma soprattutto della persona del Signore Gesù Cristo. In tutto ciò, non si tratta di ricercatezza, di estetismo; non è questione di devozionalismo individualistico e clericale. È in gioco piuttosto un vero ministero pastorale, meritevole davanti a Dio, ma — in maniera tanto vera quanto difficilmente definibile — percepibile da chi fa parte delle nostre comunità cristiane; da chi si reca alla celebrazione dell’Eucaristia per ricevere e per dare; da chi, con la grazia di Dio, desidera fare dell’Eucaristia realmente il fons et culmen della propria esistenza.

È chiaro che tutto ciò deve lasciar apparire il sacerdote in stretto rapporto con il popolo del quale è pastore e al quale non fa, celebrando l’Eucaristia, un atto di carità, bensì fa un atto di giustizia.

 “Ars dicendi”. È qui che entra in gioco il discorso di ciò che chiamerei un ars dicendi.

A questa espressione attribuirei due sensi. Il primo è la maniera in cui il sacerdote parla, quando pronuncia i testi prescritti. In questo caso, egli non parla semplicemente con la sua voce privata. Ma la sua voce è propriamente il veicolo della preghiera della Chiesa e dei fedeli congregati in quell’occasione. Ciò che egli dice è comunicazione e testimonianza. Il sacerdote deve esserne consapevole; anzi, deve farlo diventare un tema delle sue meditazioni, in cui deve anche approfondire il senso dei vari testi liturgici. Inoltre, il sacerdote anche attraverso il tono della voce, il suo ritmo e la relativa velocità con cui parla, deve in qualche modo portare la gente con sé nella preghiera. Occorre una maniera di parlare che non è semplicemente un leggere, un predicare, un annunciare, ma piuttosto un pregare sincero. Il secondo senso che vorrei attribuire all’espressione ars dicendi intercetta in qualche aspetto il discorso dell’omelia che sarà oggetto di attenzione particolare in questa Plenaria. Qui intendo più specificamente evocare la necessità che il sacerdote badi bene all’uso di quelle parti dove è richiesta da lui la formulazione libera. Deve saper distinguere tra la «lingua volgare» (nel senso del vulgus) e la «lingua popolare», nel senso della lingua della strada, ossia delle conversazioni private. Deve comunicare in una lingua viva e accessibile. Deve parlare al cuore. Non deve, però, allontanarsi da ciò che richiede la circostanza e la celebrazione del mistero.

Dal sacerdote. Se con un documento sull’ars celebrandi si potesse aiutare il sacerdote a celebrare con la giusta consapevolezza (agnosce quod agis) si innescherebbe, ipso facto, anche nel popolo una maggiore consapevolezza circa la celebrazione liturgica. Condizionerebbe — nel senso migliore del termine — anche il diacono, i lettori e i ministranti. Tale consapevolezza è un dono di Dio che va implorato nella preghiera e che viene concesso da Dio ai santi. Si dice, per esempio, che lo avesse il beato Ildefonso Schuster, ma l’arte cristiana lo attribuisce a tanti santi come san Gregorio Magno, san Bernardo, sant’Ignazio. Tornando al primo senso che ho dato all’espressione ars dicendi, vale a dire la maniera in cui il sacerdote pronuncia i testi prescritti, insisterei anche sulla varietà di formulari a scelta che di fatto esiste già nei libri liturgici attuali. Per me sono più che sufficienti. Tale possibilità di scelta è aumentata di molto dopo il Concilio e costituisce un fatto notevole nei confronti, ad esempio, di diversi riti orientali. Quindi, che il sacerdote faccia con cura la sua scelta tra i testi a disposizione e poi, per il resto, sappia fame una preghiera viva della Chiesa, portando con sé il popolo. Se sa fare ciò, allora risultano del tutto superflui i miseri testi della «creatività» selvaggia. È una grande arte quella di pronunciare come si deve quei testi liturgici che si ripetono molto di frequente, come la preghiera eucaristica. Bisogna, a mio avviso, trovare un modo per toccare leggermente — senza dubbio senza cedere alla polemica — gli atteggiamenti da evitare, come quello del sacerdote dai gesti rigidi, che pare quasi ignaro della presenza del popolo, oppure il portamento del prete «maestro di spettacolo», uno «showman» che investe energie in una specie di animazione superficiale. Si incontra anche il prete indaffarato che non ha tempo per una degna celebrazione in tempi ragionevoli (la «sindrome di Marta»). Però sarebbe, a mio parere, un errore trasformare l’ars celebrandi in un trattato sugli abusi. Offrire motivi per una buona prassi è già un’azione potente contro gli abusi, senza che lo si espliciti.

Esprimevo qui sopra la mia convinzione che l’ars celebrandi non dovrebbe avere un impronta giuridica. Un approccio di tipo giuridico o disciplinare, benché sia legittimo al momento dovuto, sarebbe in questo caso fuori luogo. Inoltre, conviene che il testo non abbia un apparato pesante di note a piè di pagina. Per lo stesso motivo, sono del parere che si debba evitare un collage di brani conciliari o pontifici.
Anche se si limita a trattare la celebrazione dell’Eucaristia, l’ars celebrandi non può, mi sembra, semplicemente riprendere l’Institutio Generalis Missalis Romani. Non conviene né che diventi una specie di vademecum o prontuario del contenuto di tale Institutio, né che si occupi di argomenti quali la musica sacra o l’arte sacra. Per avere successo, deve al contrario resistere serenamente alla tentazione non solo di dire tutto su tutto, ma anche molto su molto: che dica poco e in modo mirato; lo dica bene, in maniera convinta e convincente.

Conclusione. Mettendo l’argomento dell’ars celebrandi all’ordine del giorno di questa Plenaria, la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti ha distribuito, per illustrare quanto era diversi anni fa in cantiere, due stesure di testo che si propongono di trattare questa questione. Come è stato spiegato, i testi sono collegati tra di loro nelle origini. Né l’uno né l’altro viene proposto come una stesura definitiva. Tuttavia, entrambi possono essere utili per suscitare l’argomento e offrirne una prima esemplificazione. In ossequio al compito di ponente che mi è stato affidato, ritengo conveniente non cercare di commentare questi testi, visto che sono a portata di mano di tutti. Vorrei, invece, proporre alla discussione dei Padri alcuni criteri per progredire verso la redazione di un testo definitivo.

1. Sono del parere che effettivamente sia giunto il momento per procedere alla stesura di un documento sull’ars celebrandi.

2. Ritengo che un tale documento debba essere breve, incentrato su argomenti essenziali, secondo un’ottica precisamente definita.

3. Dovrebbe, a mio avviso, anche assumere un tono pastorale e spirituale, anzi meditativo, tralasciando un approccio di tipo giuridico o disciplinare. Lo stile dovrebbe essere schietto, diretto e semplice, escludendo le espressioni ricercate; ma anche evitando gli incisi e le frasi esornative piuttosto abituali nei documenti ufficiali.

4. Per evitare di disperdere l’attenzione, proporrei di trattare unicamente della celebrazione della Santa Messa, nella consapevolezza che una tale riflessione eserciterà un influsso in modo naturale e inevitabile su tutte le celebrazioni liturgiche.

5. Per la stessa ragione, considero che ci vuole un testo che espliciti l’atteggiamento pastorale e spirituale che il sacerdote celebrante deve assumere nello stesso atto della celebrazione, nella consapevolezza che ciò sarà di aiuto anche al popolo e, in mezzo ad esso, a coloro che hanno un ruolo particolare.

6. Reputo però necessario prestare una grande attenzione a non andare neppure nella linea di redigere un qualsiasi testo sulla spiritualità sacerdotale. AI contrario, si deve tenere ben in vista che si tratta dell’azione pratica del sacerdote, nel contesto specifico della celebrazione dell’Eucaristia.

7. Pur apprezzando il lavoro di quanti hanno contribuito alla stesura dell’uno o dell’altro testo messoci a disposizione dall’archivio della Congregazione, mi sembra che i criteri qui enunciati porterebbero a mettere da parte ambedue e ad intraprendere da capo una nuova redazione più meditativa, fresca e vitale.

8. Penso che un tale documento non possa essere un’Istruzione e probabilmente neppure un Direttorio, che risulterebbe troppo pesante. Al contrario, potrebbe essere pubblicato come un testo sui generis con un’appropriata formula conclusiva che indichi l’approvazione del Santo Padre.