Approfondimenti

Ai sacerdoti circa la pastorale in condizioni di guerra

Major-Archbishop of Kyiv-Halych
L'Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halych

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Il superamento del panico, del trauma e dell’odio

Le persone hanno diversi traumi: qualcuno è traumatizzato per le informazioni, un altro è disorientato per la difficile situazione economica e non sa come sopravvivere in tempi difficili, qualcuno soffre per il dolore della perdita di una persona vicina o semplicemente per la tragedia di tutto il popolo – la colpa sostitutiva (“io sono seduto in una casa calda, mentre qualcuno muore in prima linea, sono colpevole della sua morte”). Il trauma fa scaturire nel cuore dell’uomo il panico e può portare ad un’aggressività o persino all’odio. Anche in questo caso si deve raggiungere “la farmacia spirituale”, per ricevere l’aiuto necessario sia per sé stessi, che per il nostro prossimo. Quindi, bisogna ricordare:

-         La guerra, nella quale l’Ucraina è coinvolta, deve essere svolta per la vita, e non per la morte: noi vi partecipiamo non con odio verso i nemici, ma difendiamo la vita, la terra nativa dall’aggressore, privato dei principi morali;

-         Gli eventi che sopportiamo sono una prova per tutti noi. Sono temporanei, nonostante la brutalità ed il livello della violenza. La guerra finirà, e noi possiamo con l’aiuto di Dio rinnovare il nostro Paese e curare le ferite sul corpo del nostro popolo.

-         Non bisogna perdere di vista in nessun caso la prospettiva futura: la prospettiva della pace e la ricostruzione della nostra patria. Anzi, già adesso, ciascuno al proprio posto, dobbiamo costruire il nostro Stato che sogniamo, che desideriamo trasmettere in eredità ai nostri figli e nipoti. Otterremo la vittoria tutti insieme, alcuni con passi grandi, altri con piccoli passi: alcuni rischiano la vita, altri occupano una posizione di principio per quando riguarda la concussione e chi semplicemente ha una convivenza di pace con i vicini, chi sostiene le vittime, ecc. C’è guerra ovunque: si può stare seduti e aver paura, ma si può anche e bisogna continuare a vivere e lavorare per la vittoria comune.

-         Il dolore sincero per le vittime (dei militari e dei civili) non deve cancellare l’ottimismo e la gioia autentica della vita. I militari muoiono affinché il popolo viva, pertanto è opportuno, ricordando il loro sacrificio per la salvezza di molti, valorizzare ogni vita e non vanificare nessuno dei suoi minuti.

-         Davanti al volto dell’aggressione e dell’odio, che seminano la morte e la devastazione nella nostra terra, non dobbiamo permettere che si chiudano nel nostro cuore tali sentimenti negativi come l’odio e il desiderio di vendetta, persino verso i nemici. È ancora peggio ascoltare i pregiudizi e l’impazienza verso quei nostri fratelli e sorelle dall’oriente che hanno perso le loro case, sono stati obbligati ad abbandonare la loro parte [di terra] e adesso vivono in mezzo a noi come persone che si sono trasferite per forza. Con le espressioni di solidarietà, ospitalità e amore dobbiamo fargli capire che essi sono coinquilini desiderati nella nostra casa comune, che porta il nome “Ucraina”. A suo tempo i nostri fedeli saranno giudicati per le proprie convinzioni verso le prigioni dell’Unione Sovietica, dopo aver passato il periodo della punizione non avevano la possibilità di tornare nella Galizia, per questo trovavano in altre regioni d’Ucraina un’altra piccola patria. L’esperienza recente della nostra emigrazione verso i Paesi dell’Europa occidentale mostra altresì quanto sia importante l’apertura e l’ospitalità della locale comunità cristiana verso i nuovi arrivati. Adesso è giunto il nostro turno, che viviamo in territori pacifici, di manifestare la solidarietà verso coloro, i quali le operazioni militari dell’aggressore straniero hanno obbligato ad abbandonare la propria casa. In situazioni come queste, la posizione del pregiudizio, l’intolleranza, l’aggressione verso le persone che si sono trasferite, non sarebbe una manifestazione di vero patriottismo, ma al contrario significherebbe collaborare con il nemico che vuole dividere il nostro popolo per distruggerlo definitivamente. La Sacra Scrittura avverte: “Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà” (Mt 24, 12). Non permettiamo che la crudele realtà della guerra uccida in noi i sentimenti di amore e bontà, innanzitutto verso i nostri concittadini, che sono i nostri fratelli e sorelle consanguinee, e non semplicemente degli “immigrati” senza nome. Esortiamo i nostri pastori ed i fedeli in questo tragico periodo di manifestare tutta la propria maturità cristiana e di vedere nelle persone che hanno abbandonato le proprie case Cristo sofferente e cacciato. Proponendo loro un accompagnamento umano e spirituale, facciamo conoscere a questi nostri fratelli e sorelle la nuova mentalità, l’Ucraina nuova nella quale tutti desideriamo vivere. Approfittiamo di queste difficili condizioni per realizzare la meravigliosa chiave, sotto la quale negli ultimi anni abbiamo riconquistato e abbiamo affermato l’unità del nostro Paese: “L’oriente e l’occidente insieme!”. Non consideriamo quello che a volte ci divide, ma cerchiamo e affermiamo tutto ciò che ci unisce, ci avvicina e ci imparenta! Perché tutti noi non siamo solo figli della stessa terra, ma, innanzitutto, figli dell’unico Dio, al quale ci rivolgiamo con le parole della preghiera del Signore “Padre nostro”.

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